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Migranti, la nave Open Arms ora è libera ma quel sequestro resta una crudele scorciatoia

Oggi possiamo registrare almeno una buona notizia: la nave della Ong spagnola Open Arms è stata finalmente “liberata” a poco meno di un mese dal suo insopportabile sequestro disposto dal procuratore Carmelo Zuccaro, che aveva dimostrato una notevole mancanza di equilibrio ben prima della sua pericolosa ascesa agli onori delle cronache per via delle dichiarazioni fondate sul nulla circa il ruolo delle Ong nel Mediterraneo.

Già, perché Zuccaro diventa famosissimo in pochi giorni quando – dopo le dichiarazioni di Luigi Di Maio sui “tassisti del mare” – iniziano lunghe e tristissime settimane alla fine delle quali il ruolo delle Ong e i loro salvataggi in mare – indispensabili dopo la fine di Mare Nostrum – diventano impopolari e nemmeno più l’umana compassione riesce a fermare l’ondata di rabbia contro chi fugge dalla Libia.

Neanche i reportage sulla vendita di esseri umani e le terribili condizioni descritte servono a cambiare davvero le cose sui media e nella testa di molta parte dell’opinione pubblica, o almeno non abbastanza. Il sequestro oggi rivelatosi illegittimo della nave Open Arms e le accuse a essa rivolte sono gravissime perché accompagnano (e forse ne sono anche il risultato) una deriva non inedita certo, ma costante del sentire comune spinto da media e da politici alla moda che non si scandalizza più per la criminalizzazione della solidarietà e – come dimostrato dalle reazioni ai recenti fatti di Douma – fa il pelo e il contropelo per sapere se effettivamente Bashar al-Assad ha gassato i suoi cittadini o no, ma se ne infischia allegramente del fatto che lo stesso Assad sia un criminale recidivo e impenitente, responsabile primo della morte di centinaia di migliaia di suoi concittadini, inclusi i circa 60.000 massacrati nelle sue galere.

Non a caso Roberto Calderoli – che iniziò la sua carriera politica con atti disgustosi quali il portare a spasso un maiale su un terreno sul quale avrebbe dovuto essere edificata una moschea, che è indirettamente responsabile di alcuni morti in Libia e dell’attacco al consolato italiano di Bengasi dopo alcune sue apparizioni tv in maglietta anti-Islam (più che a favore della libertà di espressione), che si è distinto per gli insulti vergognosi all’ex ministro Cécile Kyenge e che oggi blatera di “legittimazione dell’invasione” – qualche anno fa si era giustamente dovuto dimettere dal suo incarico di ministro a causa delle sue esternazioni. Oggi di certo non succederebbe più.

È sicuramente molto importante che oggi, utilizzando parole chiarissime e prive di ambiguità, il gip di Ragusa abbia disposto il dissequestro della Open Arms. Le motivazioni smontano completamente la teoria di Zuccaro, ma (cosa forse ancora più rilevante) smentiscono i presupposti stessi della dottrina di Marco Minniti e cioè che sia oggi possibile rimandare in Libia persone che in quel luogo potrebbero trovarsi in condizioni insicure e che metterebbero a repentaglio la loro vita.

Tutto bene allora? Non direi. La verità è che il sequestro della Open Arms, il codice di condotta Ong il gioco sporchissimo con le pseudo-autorità libiche dimostrano che – nonostante l’evidenza dei fatti – si pensa che continuare a prendere scorciatoie crudeli e violare sistematicamente i diritti e l’ incolumità delle persone fermerà gli arrivi. Bisogna invece governarli, giocando di squadra, società civile, politica aperta alla solidarietà e alle ragioni dell’accoglienza (sì, esiste ancora), magistratura e, soprattutto, media ed informazione.

E magari aprendo la strada a vie legali di migrazione, riprendendo in forza il lavoro in sede europea per una riforma positiva delle regole di Dublino e in particolare per la ripresa della politica dei ricollocamenti, evitando di flirtare con gente come Viktor Orban, dando valore e visibilità alle innumerevoli esperienze positive di accoglienza e integrazione che esistono e (naturalmente) dando alla notizia della “liberazione” della Open Arms almeno lo stesso spazio che a quella del suo sequestro.

Non si tratta di imbelle buonismo. Si tratta di riconoscere che le politiche positive e la difesa dei diritti sono gli strumenti più in grado di assicurare sicurezza e coesione sociale.