Cucina

Craft Beer Rising 2018, a qualcuno piace italiano. In Inghilterra pazzi per le nostre birre

Tra i partecipanti al Craft Beer Rising 2018, la rassegna di birra che si celebra ogni anno a Londra presso la Truman Brewery di Brick Lane, a breve distanza dal mercato vittoriano di Spitalfield, figurava nell’edizione che si è conclusa il 24 febbraio scorso ORA: un’emergente realtà artigianale – come vuole il titolo del festival – per di più italiana.

Sono, infatti, originari di Modena i tre amici che nel 2016 hanno fondato questa beer firm a tre gambe: Pietro elabora le ricette dall’Emilia, Emanuele segue le vendite italiane da Milano mentre Daniele controlla il mercato inglese da Londra, dove tra l’altro ha luogo la produzione.

Insieme hanno dato vita a tre etichette ispirate alla tradizione angloamericana e a Incrusèe, una linea di cotte one shot più sperimentale che include la milk stout all’aceto balsamico invecchiato dieci anni presentata al pubblico del festival dal loro stand colorato, incastrato tra i mostri sacri della produzione brassicola inglese e internazionale come Brewdog, Tiny RebelSierra Nevada e altri 160.

L’anno scorso a sventolare il tricolore al Craft Beer Rising e presenziare alla rassegna del meglio della birra artigianale e non (piccola precisazione da beer geek: nel Regno Unito non esiste ancora una definizione ufficiale di produzione artigianale, diversamente da Stati Uniti e Italia ed è per questo che un festival che si autodefinisce craft può ospitare senza scandali anche realtà controllate da multinazionali, come Meantime, Lagunitas o Goose Island) c’era Brewheadz: anche loro amici da prima di cominciare a fare birra, anche loro uniti dalla passione per malto e luppolo. Sono partiti dalla provincia di Latina e sono finiti con il loro impianto nella zona di Tottenham, con vicini della portata di Beavertown e Pressure Drop.

I dati raccontano ancora meglio di queste storie un legame commerciale e culturale consolidato tra i due paesi: dei 2,6 milioni di ettolitri di birra prodotti in Italia ed esportati, la metà finisce nel Regno Unito.

Gli inglesi non amano soltanto le colline e i vini del Chianti, gli spaghetti con le vongole giunte in aereo ogni giorno nelle cucine dei ristoranti alla moda dal mercato ittico di Milano o il bel sole che trovano a Roma per le trasferte del Sei Nazioni: la perfida Albione, patria di eccellenza nella produzione di bitter e Ipa, esprime un sincero attestato di stima verso la birra made in Italy.

Se volessimo scorporare i dati, però, e capire cosa effettivamente vendiamo ai pub e ai locali della Gran Bretagna, troveremo ai primi posti per numero di litri i giganti: Peroni, innanzitutto, ma anche Moretti, sempre più presente come scelta tra le spine.

Due produttori che – oltre a essere vituperati dal movimento craft – italiani non lo sono per niente, almeno a livello societario: Peroni, fondata a Vigevano nel 1846 (dopo essere passata agli inglesi di SABMiller nel 2003 e al colosso multinazionale AB InBev) è entrata ora nella galassia della giapponese Asahi, mentre Moretti parte da Udine nel 1859 ma è da tempo nelle mani dell’olandese Heineken.

E se in patria le bottiglie da 66 centilitri di queste strafamose bionde “italiane” sono snobbate e relegate a un consumo di fascia b dalle giaculatorie del movimento artigianale e dalla distanza siderale che le separa (in termini di qualità) dalle produzioni di incredibili nano e micro birrifici, nel Regno Unito quelle stesse etichette storiche acquistano invece magicamente una nuova, scintillante veste e – miracolo del marketing – si presentano come baluardi dell’eccellenza di casa nostra.

Da una ricerca realizzata un paio di anni fa dall’istituto YouGov presso i consumatori posizionati nelle fasce sociali della upper e middle class, infatti, emerge che la lager più amata è proprio la Peroni: quella stessa birra che con sorpresa e incredulità spillavo in continuazione, pinta dopo pinta, appena arrivato a Londra, per i frequentatori della City e per professionisti e giovani posh ben felici di pagare più di 6 euro per un’icona al contrario, finita nel nostro immaginario collettivo accanto alla frittatona di cipolle grazie ai film di Fantozzi.

L’importante (avevo capito già dal secondo giorno) era che venisse servita nel bicchiere specifico e brandizzato, un incrocio tra un calice da Weizen e da Pils con il logo ben inciso e una sinuosa svasatura per raccogliere il cappello di schiuma che poi gli inglesi neanche amano, forse pensando che li freghi sul contenuto.

A Londra, oggi, esistono due diversi tipi di esercizi dedicati alla nostra tradizione brassicola: gli House of Peroni – una commistione stilosa di arte, cultura culinaria e glamour dove la birra nazionalpopolare con il nastro azzurro incarna “il gusto genuino dell’Italia”- e The Italian Job – una nuova catena che conta già tre locali, nata dalla creatività di Giovanni Campari, fondatore del birrificio del Ducato, per celebrare l’artigianalità al di qua delle Alpi (seconda precisazione da beer geek, e poi giuro che smetto: anche il Ducato non può più essere considerato artigianale, dopo il passaggio del 70% del suo capitale azionario al gruppo belga di Duvel).

Eppure la storia della birra italiana che sbarca e ha successo nell’isola delle Ale continua, raccontata – allo stesso tempo ma con modi, toni e colori diversi – dagli spot scintillanti dell’industria e dalla passione contagiosa dei ragazzi con gli stand ai festival.

Una storia di qualità a sentire Justin Hawke, mastro birraio di Moor – uno dei migliori marchi battente bandiera inglese -, secondo cui: “Le birre italiane sono semplicemente fantastiche”.