Politica

Michele Emiliano, il don Chisciotte della Puglia. Ilva, Xylella, trivelle e Tap: tutti i suoi mulini a vento

Michele Emiliano deve aver letto millanta storie di cavalieri erranti, di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti. Ha scelto così di non starsene ancora chiuso con i suoi consiglieri. Né vigliacco ozioso né sordo ad ogni sofferenza. E allora ha preso a cavalcare i grandi temi della sua regione, i più discussi e dibattuti impugnando tutto quel che era possibile impugnare. Lancia in resta contro Roma: Puglia, o morte. L’ultima cavalcata è quella al Tar del Lazio dopo il decreto sul nuovo piano ambientale dell’Ilva al grido di “una ulteriore inaccettabile proroga” per realizzare gli interventi e ribadendo che la Regione non viene mai ascoltata.

Lo ha fatto con il gasdotto Tap, contestando sostanzialmente l’approdo: “Lì no, a Brindisi magari sì”. E continua a martellare: alcune settimane fa, ha chiamato “lobbista” il ministro Claudio De Vincenti. Poi è passato alla Xylella, tutta colpa dell’insetto finito su migliaia di ulivi salentini provocandone l’essiccamento. Ha fatto anche una capatina sui vaccini annunciando di voler sostenere i pugliesi nei loro ricorsi contro l’obbligo. Lo definì un “errore politico molto grave” che “che sta producendo l’effetto contrario”. Quattro mesi dopo l’inizio dell’anno scolastico, pare che la stragrande maggioranza dei genitori abbia deciso di vaccinare i propri figli. Non proprio un effetto contrario.

C’è stata poi la lotta per le trivelle. Una battaglia campale. Quella in cui definì Renzi “un venditore di pentole” e si è battuto in prima linea, venendo pure accusato di pensare poco al governo regionale per affrontare i temi nazionali. Lo scorso anno ha iniziato a cavalcare il tema dell’Ilva, in maniera sempre più puntuale e forte. Il momento di non ritorno furono i 50 milioni spariti in una notte dalla legge di Bilancio e destinati ai bambini di Taranto. Si era alle porte del referendum costituzionale e quell’operazione aveva in effetti tutti i contorni della ripicchella da parte di Palazzo Chigi nei confronti di Emiliano che capitanava il fronte interno del No.

Da allora Emiliano ha alzato il tiro sul siderurgico tarantino. Sembra proprio lui, il don Chisciotte di gucciniana memoria, che di fronte al dominio dell’ingiustizia e all’assenza di eroici cavalieri disse: “C’è bisogno soprattutto d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto“. Il suo si chiama decarbonizzazione, e continua a ripeterlo nonostante i tecnici siano quasi tutti concordi sull’impossibilità di attuare quel piano per l’Ilva e la centrale Enel di Brindisi.

Adesso l’ultimo rilancio, l’all-in: impugnare davanti al Tar il decreto firmato da Paolo Gentiloni lo scorso 29 settembre che riscrive il piano ambientale del siderurgico. Il ministro Carlo Calenda si è infervorato, idem il presidente di Confindustria. E fin qui, diciamo, che c’era da aspettarlo. Poi sono arrivati i sindacati. Il più morbido, si fa per dire, è stato Maurizio Landini: “Scelta sbagliata, è il momento della responsabilità”. Quello che pensano in molti lo ha detto Marco Bentivogli della Cisl: “Grave, infantile e irresponsabile far saltare tutto per propria visibilità”.

Emiliano ha ragione quando afferma che determinati interventi avrebbero già dovuto essere realtà. Non lo sono e l’Ilva avrà, grazie all’ultimo decreto, più tempo per realizzarli. Mentre i dati che riguardano la salute dei tarantini sono ancora drammatici, ci sono diversi esposti anche sulla gestione commissariale e il processo Ambiente Svenduto è tuttora in corso. Ma sono sbagliati i tempi del suo intervento a gamba tesa, anche perché i soldi per le bonifiche ci sono e – soprattutto – neanche un mese fa Calenda e i commissari hanno anticipato la chiusura dei parchi minerari di tre anni. La storia, il progetto e i ritardi sono qui: siamo stati tra i primi a parlarne mostrando come cambierà quell’area dal 2020.

Il governatore della Puglia ha deciso che non basta controllare, spaccare il capello e evidenziare eventuali ritardi. Dunque, ricorso al Tar. Che potrebbe comportare l’azzeramento del percorso impostato con conseguenze slittamento di di bonifiche e ambientalizzazione promesse dagli acquirenti. Senza parlare del futuro degli operai, appeso al rilancio delle acciaierie. Emiliano ha doppiamente ragione quando parla dei ritardi che si sono accumulati, delle promesse mancate, delle incognite sul futuro, delle troppe schifezze e bugie degli scorsi anni. Ma a chi governa si richiede di trovare anche soluzioni. Ha da proporre un’alternativa fattibile, vera, immediata per risolvere il problema delle polveri e dell’inquinamento dell’Ilva senza toccare l’occupazione?

Tanto per intenderci: anche il suo piano di decarbonizzazione richiede tempo. Ben che vada 18 mesi, disse il governatore della Puglia quando lo presentò. “Dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa il nemico si fà d’ombra e s’ingarbuglia la matassa”, deve ragionare, Emiliano, a pochi mesi dalle elezioni. Solo che rallentare il processo di rilancio dell’Ilva, finalmente (bene o male) avviato, rischia di trasformarsi nel più illusorio dei mulini a vento.