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Salva banche, la liquidazione del fondo Atlante e il delicato compito del suo gestore

A pagare il conto finale del disastro veneto sono i contribuenti, proprio mentre a Quaestio è stata affidata una nuova missione: farsi carico dei crediti deteriorati delle banche, a partire da quelli del MontePaschi con il fondo Atlante2. E arrivati a questo punto è vietato sbagliare, perché un errore di valutazione su un’operazione da 26 miliardi rischia di far saltare il banco

“La svalutazione è una cosa che mi fa imbestialire: investi in una banca fallita e dopo sei mesi… Innanzitutto, vediamo quanto vale tra tre anni”. A parlare è Alessandro Penati, presidente di Quaestio sgr, la società di gestione del fondo Atlante. Siamo a febbraio 2017 e l’economista-editorialista-salvatore-della-Patria si scaglia contro i suoi stessi investitori che, rendendosi conto della mala parata, avevano provveduto a consistenti svalutazioni di bilancio delle quote del fondo che aveva evitato il bail-in di Popolare Vicenza e Veneto Banca. Oggi che il capitale delle due banche venete è stato azzerato, che gli attivi sono stati trasferiti a Intesa Sanpaolo per un euro e che lo Stato – tra cash e garanzie – ha messo sul piatto 17 miliardi, il fondo Atlante va verso la liquidazione e la stessa Quaestio sgr ne svaluta la quota dell’80%. Non potrebbe fare altrimenti: i circa 3,5 miliardi investiti nelle banche venete (su poco più di 4 miliardi raccolti) sono andati letteralmente in fumo e le banche che Penati si proponeva di rilanciare in 18 mesi con uno schiocco di dita e (tanti) miliardi altrui sono state poste in liquidazione coatta amministrativa.

A pagare il conto finale di questo disastro sono i contribuenti, mentre al geniale gestore del fondo in liquidazione è stata affidata una nuova missione: farsi carico dei crediti deteriorati delle banche, a partire da quelli del MontePaschi con il fondo Atlante2. A questo proposito giova ricordare che giusto un anno fa Penati e la sua Quaestio sgr si erano impegnati a gestire la partita degli npl di Siena, finita poi in nulla a causa del fallimento dell’intera operazione di salvataggio predisposta dagli advisor Jp Morgan e Mediobanca. Con la richiesta di ricapitalizzazione preventiva (cioè di intervento dello Stato nel capitale di Mps), Siena aveva dichiarato che sulla gestione dei crediti deteriorati avrebbe scelto altre strade. Pochi mesi dopo, però, è stata affidata nuovamente a Quaestio la trattativa in esclusiva e a luglio – dopo che dal tavolo si erano sfilati altri due fondi – è stato firmato l’accordo vincolante: Atlante 2 rileverà il 95% delle tranche junior e mezzanina della cartolarizzazione dei crediti deteriorati di Siena investendo praticamente tutto ciò che resta in cassa (circa 1,6 miliardi) e impegnandosi a retrocedere alla banca il 50% dei rendimenti al di sopra della soglia del 12%.

Rispetto ai proclami del passato, il prezzo medio di cessione del portafoglio di npl (20,5%) appare più realistico, anche se c’è da credere che le sorprese non mancheranno: l’accordo vincolante infatti era funzionale a consentire l’accesso di Mps alla ricapitalizzazione precauzionale, ma la cartolarizzazione è ancora tutta da costruire, così come il piano per il recupero dei crediti. Una cosa però è certa: arrivati a questo punto è vietato sbagliare, perché un errore di valutazione su un’operazione da 26 miliardi rischia di far saltare il banco.