Cultura

Lacrime di sale, cronache da Lampedusa. Un viaggio da cui si torna cambiati

«È gelida l’acqua. Mi entra nelle ossa. Non riesco a liberare la stazza dall’acqua. Salto da un punto all’altro ma ogni tentativo è vano. Uso tutta la mia forza e la mia agilità ma la lancia resta piena. E cado». Inizia così il libro Lacrime di Sale, scritto da Pietro Bartolo, medico di Lampedusa in prima linea nell’emergenza migranti, e da Lidia Tilotta, giornalista del Tgr Rai (ed. Mondadori).

Lo dico senza remore: non è stato semplice arrivare fino alla fine. E non perché la narrazione sia noiosa o poco scorrevole, tutt’altro: Lacrime di Sale è un libro crudo e poetico allo stesso tempo, scritto con un senso di umanità che travalica i confini di pelle e di geografia, arrivando all’essenza più profonda dell’essere umano. Si tratta di un vero e proprio viaggio dal quale si torna in qualche modo cambiati: un racconto che, a mio avviso, meriterebbe di entrare anche nell’elenco della narrativa per le scuole superiori, affinché le generazioni più giovani possano comprendere veramente la drammatica emergenza umanitaria che bussa alle porte dell’Europa.

Tra un episodio narrato e l’altro, ogni riga trasuda di una dolorosa consapevolezza: nessuno di noi, immerso nei propri problemi quotidiani, può riuscire realmente a immaginare cosa succeda laggiù, nel continente africano, tra orrori, deprivazione, guerre, stupri e torture. «Una volta, durante uno sbarco, visitai una sessantina di ragazzi. Erano pelle e ossa. Disidratati, affamati e ustionati dal carburante che durante il tragitto in mare fuoriesce dalle taniche inzuppando i vestiti e lasciando sul corpo segni indelebili», racconta Bartolo nel capitolo La crudeltà dell’uomo.

«Navigavano da sette giorni in quella che chiamano “terza classe”, la stiva dove viene stipato chi non ha abbastanza soldi per permettersi di stare sopra. I loro corpi erano sfregiati dalle torture subite, dai tagli inferti con i coltelli, dalle bruciature provocate dalle sigarette dei loro carcerieri. Le prigioni libiche sono i nuovi campi di concentramento. Le condizioni in cui viaggiano nel deserto e nel mare i migranti non sono tanto dissimili da quelle dei deportati nei treni della morte».

Un esodo di massa, alla ricerca di una speranza di vita: in alternativa, solo la certezza di agonia, sofferenza e morte. Attraverso le parole lasciate nero su bianco in Lacrime di Sale, l’esperienza di vita di Pietro Bartolo diventa l’esperienza di tutti, entra nell’anima e non ne esce più.

Si è al suo fianco tutte le volte in cui aspetta l’arrivo delle motovedette o dei barconi in banchina, passa in rassegna tutte le persone a bordo per una prima visita di controllo e avvia le profilassi, qualora necessario.

Si è al suo fianco mentre ispeziona i cadaveri di chi non ce l’ha fatta; quasi si sente il suo cuore che si spezza davanti ai trecentosessantotto sacchi del naufragio del 3 ottobre 2013 e al continuo strazio di trovarsi al cospetto di bambini addormentati per l’eternità.

E si è al suo fianco anche quando i bambini vengono invece salvati e accompagnati verso una nuova vita; mentre aiuta le madri a partorire nel suo ambulatorio, oppure quando gli capita di conoscere storie di profonda umanità, come quella di due fratelli, Hassan e Mohammed. Mohammed è paralizzato e riesce ad attraversare il deserto solo grazie al fratello, che lo carica in spalla per un lungo viaggio dalla Somalia alla Libia. Nonostante le angherie e le minacce di morte dei trafficanti di uomini, i due riescono a imbarcarsi e ad arrivare in Italia, allo stremo delle forze, ma vivi. Sempre l’uno sulle spalle dell’altro.

Lo sgomento non è mai abbastanza tutte le volte in cui Pietro Bartolo punta la torcia sulla crudeltà umana. Non può passare inosservato, ad esempio, il passaggio relativo all’inquietante affare del traffico di organi e alla disperazione che porta diverse persone a vendere letteralmente un rene, pur di scappare dal proprio Paese.

«Non volevo crederci. Mi sembravano esagerazioni giornalistiche. E invece è tutto vero», scrive il medico lampedusano. «Quello che ho scoperto è uno scenario agghiacciante. Un business che parte dall’Africa e si estende in decine e decine di Paesi. Quasi il dieci per cento dei reni trapiantati in Occidente viene espiantato illegalmente. E a dichiararlo è l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Numeri impressionanti. Chi compra paga bene e più le vittime sono giovani, più paga. Mi ha sconvolto ulteriormente scoprire la rete di medici, tecnici, analisti, professionisti che sta dietro a tutto ciò».

Ciò che restituisce questo libro è una fotografia completa, ruvida e vera della tragedia epocale che si affaccia sulle nostre coste e dell’instancabile lavoro degli operatori umanitari per strappare al mare anche solo una vita in più. Cade il velo delle ipocrisie e della retorica, dello stereotipo sordo e della cieca prosopopea: in Lacrime di Sale ciò che rimane è solo la nuda realtà.