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Leonardo Bonucci, cosa penso mentre metto via la sua maglia

Quando a Torino lo scorso 21 maggio ero in piazza san Carlo a festeggiare il sesto scudetto di fila della Juventus bollavo come pivelli i tanti tifosi che sfoggiavano la maglietta di Dani Alves: “Che scemi – pensavo – si sono fatti infinocchiare da quattro-cinque buone prestazioni di uno appena arrivato e che, vedrai, alla prima occasione cambierà squadra”. Dani Alves non ha neppure aspettato di andarsene in vacanza dopo la finale di Champions persa con il Real Madrid per straparlare ai giornalisti, mandare messaggi all’amico Dybala (“vattene, se vuoi diventare grande”) e cambiare casacca (quattro giorni fa la sua prima conferenza stampa da calciatore del Psg). Uno come lui, pensavo, uno che ha vinto così tanto e ovunque non è il tipo che si affeziona alle squadre: ci va, si diverte, magari vince e poi nemici come prima.

Io invece avevo la maglia numero 19 di Leonardo Bonucci.

L’avevo voluta almeno quanto da bambina avevo desiderato quel videogioco per il Super Nintendo. O le Dr Martens da adolescente. La maglia me l’avevano regalata, a me però sembrava che le mancasse qualcosa. Così ero andata apposta nello Juventus store di via Garibaldi per farci stampare nome e numero: “B-O-N-U-C-C-I 19, grazie. Higuain? No, non mi interessa”. Voglio lui, dicevo, perché tra i tanti calciatori Leo è un tifoso in campo, un trascinatore, uno che combatte per vincere perché sposa la causa, sposa la squadra. Era sempre lui ad entrare per primo nello stadio nel pre-partita (era diventata un’abitudine, un rito: si scaldava in campo, anche in trasferta, beccandosi tutti i fischi delle curve avversarie), era lui a tenere in mano lo spumante con la squadra al seguito quando c’era da festeggiare, era lui il capocoro per gli auguri di Natale.

E poi aveva rifiutato il Chelsea l’anno scorso: per il suo cartellino erano pronti 60 milioni di euro, una cifra stratosferica per un difensore trentenne; poteva tornare alla corte del suo mentore Antonio Conte che da terzino a cui l’Inter aveva preferito Ranocchia, per dire, l’aveva trasformato in uomo squadra, regista e goleador. Bonucci non aveva accettato perché la sua casa era Torino: “Andare via dalla Juventus? Piuttosto legatemi ai cancelli dello Stadium, perché non me ne andrò mai”. A dicembre mi ero convinta di aver scelto bene: Leo aveva rinnovato il contratto con la Juve fino al 2021, “mi danno sempre in partenza ma alla fine resto qui”.

Pochi giorni fa Leonardo Bonucci è passato al Milan per 40 milioni di euro. Avrà anche la fascia di capitano, quella di Maldini e di Baresi per intenderci, quella di Del Piero e di Buffon. Alla Juve l’aveva desiderata tanto, voleva essere una bandiera. Ora lo sarà per il Milan, e io ancora non ci credo. 

Sono convinta che fosse dipeso da lui non avrebbe mai lasciato la Juventus, “la casa dov’è diventato grande tra i grandi”; è stata la società ad aver fatto fuori un elemento di disturbo, uno che nello spogliatoio contava quanto l’allenatore. Perdiamo un pezzo importante, e probabilmente, uno o due campionati. E poi sputiamo sui sentimenti, in pieno stile Juve. 

Difficile perdonare. Difficile metter via quella maglia.