Cultura

Spionaggio e altre storie, il vizio della deviazione nei servizi segreti italiani

Il vizio della “deviazione”, nella tradizione dei nostri servizi segreti, è piuttosto radicato. Esso risale addirittura a prima della loro nascita ufficiale. Correva l’anno 1863, quando Filippo Curletti, agente segreto del conte di Cavour, descrive in un libretto di una trentina di pagine l’opera svolta nel corso della sua carriera. Ciò al fine di alterare, a favore di casa Savoia, i risultati del referendum del 1861, che sanciva l’annessione al Piemonte delle terre liberate da Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Nell’Italia repubblicana, le deviazioni hanno avuto diverse forme: nel periodo 1949-1959 esse sono principalmente consistite in un gigantesco lavoro di schedatura sia degli esponenti delle sinistre, sia di personaggi politici della maggioranza invisi al capo del governo o ai ministri della Difesa o dell’Interno.

Nel quinquennio 1960-1964, il Servizio informazioni forze armate (Sifar) ha predisposto l’applicazione sul campo delle teorie della guerra non ortodossa” in Alto Adige e poi la pianificazione di un vero e proprio colpo di Stato: il Piano Solo del luglio 1964. Dal 1965 al 1977 i servizi hanno esplicato azioni volte a proteggere terroristi sospetti autori di stragi. Dal 1978, le deviazioni hanno spaziato dal depistaggio dei giudici che indagavano sulla strage di stazione di Bologna del 2 agosto 1980 allo storno di 14 miliardi di fondi riservati provato il 20 dicembre 1992 sui conti bancari personali di venticinque alti dirigenti del Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde). Una grave crisi di sistema colpì l’Italia tra il 1992 e il 1993 e trovò soluzione nella nascita della cosiddetta Seconda Repubblica. Gli eventi che segnarono quel tragico biennio “portano il segno di una grande opera di destabilizzazione messa in pratica anche con la collaborazione delle mafie e con l’intento di causare un effetto shock sulla popolazione, creando un clima di incertezza e di paura e disgregando le nostre strutture di intelligence”. Questi avvenimenti sono ricostruiti oggi su documenti e con dovizia di dettagli, dalla giornalista Stefania Limiti, non nuova a proficue incursioni sul terreno impervio della storia dei servizi e delle attività d’informazione e di controinformazione, nel libro La strategia dell’inganno (Chiarelettere, 2017).

Non è un caso che, in esergo al libro, l’Autrice si serva delle parole di Leonardo Sciascia (Mata Hari a Palermo, in Cronachette, 1985) per dirci di credere “che gli (ingranaggi spionistici) e (le) menti che li guidano si muovano sempre (…) in un gioco (…) doppio, di informazioni false ritenute vere e di informazioni vere ritenute false, e insomma in una specie di atro nonsense”, , in segno che condivide la propensione di questo scrittore alla continua ricerca dei come, dei dove, dei chi, dei se, che ne fece un detective per eccellenza, attratto irresistibilmente dalle mezze verità o addirittura dalle pretese verità, non dimostrabili, costituenti il presupposto per un sottile gioco di rivelazioni al quale non riusciva a sottrarsi. Eccola, infatti, porsi domande incalzanti, cogliere le contrapposizioni e formulare ipotesi plausibili, presa dalla smania di non accettare mai a priori lo svolgimento dei fatti secondo la versione ufficiale, tormentata da un dubbio corrosivo e che consente di aggiungere talvolta un tassello di verità a responsi lacunosi, se non fasulli.

Neppure casuale è quest’altra citazione sciasciana: “Si è voluto, con L’uomo dal passamontagna  in Cronachette, ndr – creare una indelebile, ossessiva immagine del terrore. Il terrore della delazione senza volto, del tradimento senza nome. Si è voluto deliberatamente e con macabra sapienza evocare il fantasma dell’Inquisizione, di ogni inquisizione, dell’eterna e sempre più raffinata inquisizione”. Essa occupa, infatti, l’esergo dello scritto introduttivo, in cui l’Autrice spiega le ragioni che l’hanno spinta a occuparsi dell’inganno come strumento di acquisizione e gestione del potere. È noto che nelle sue Cronachette, Leonardo Sciascia descrive figure lontane nel tempo, le quali, più che emergere dalla nebbia, si stagliano in essa come improvvise ed effimere schiarite: una memoria che le illumina per poi ritornare, esaurita la curiosità, nella densa foschia dell’oblio.

Ma non è così per quell’uomo con il viso nascosto da un passamontagna, delatore dopo il colpo di Stato di Pinochet e responsabile della scomparsa di tanti suoi ex compagni del partito socialista di Allende. È costui un personaggio complesso, è il Giuda del secolo XX, con tanto di rimorso e una vita spezzata, moralmente e fisicamente. Un personaggio che, mutatis mutandis, presenta impressionanti similitudini con i protagonisti delle vicende esemplari descritte ne La strategia dell’inganno, i quali “si aggirano nei labirinti della destabilizzazione (…), talvolta caricature di spie, affaristi squattrinati, mercenari che hanno servito cause sporche, gente in cerca di fortuna o del proprio momento di gloria, commercianti di armi privi di scrupoli.

Tipi umani miserabili, deludenti rispetto all’immaginario della spia di professione, o del golpista deciso a entrare nel palazzo del governo”. I quali popolano quel “mondo paludoso e inafferrabile”, nel quale si “ricorre sovente, talvolta istintivamente”, all’imbroglio, al raggiro, alla frode, “attitudine (…) disapprovata dal punto di vista morale e punita dalla legge se usata nella conduzione degli affari civili”, ma apprezzata e benvenuta se l’inganno viene “impiegato dagli strateghi militari o dalle agenzie di intelligence”.