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Giovanni Malagò, l’uomo politico con le scarpe da ginnastica: mai schierato, ma sempre vicino (per vocazione) al potere

Non è renziano, ma abbraccia il renzismo come avrebbe abbracciato il berlusconismo o qualsiasi altro partito ai vertici delle istituzioni. Oltre l'ideologia, in nome dei rapporti personali, delle amicizie, del saper contare. Mai come con lui il Coni aveva avuto un rapporto così stretto col governo e con la politica. E così sarà per i prossimi 4 anni

Giovanni Malagò resterà a capo dello sport per altri quattro anni, fino al 2020. Il presidente uscente ha ottenuto 67 voti su 75 votanti al Consiglio nazionale elettivo. Sergio Grifoni, unico sfidante di Malagò, ha ottenuto 2 preferenze. Cinque le schede bianche e una nulla. Malagò, al secondo mandato, è in carica dal febbraio 2013. Giovanni Malagò non è renziano. Lui, con le braccia da canottiere (uno dei tanti sport praticati, fra le mura del suo Circolo Aniene), abbraccia il renzismo. Come avrebbe probabilmente abbracciato il berlusconismo, o qualsiasi altra corrente: oltre l’ideologia, in nome dei rapporti personali, le amicizie, il potere. Mai come con lui il Coni aveva avuto un rapporto così stretto col governo e con la politica: le Olimpiadi e la Ryder Cup, il progetto sulle periferie e la legge sui mandati, tutto a braccetto. In quel rispetto dei ruoli e della “reciproca indipendenza” che in questo caso diventano due facce speculari della stessa medaglia. Per questo la sua rielezione alla presidenza del Comitato Olimpico, più che scontata e mai messa in discussione, ha fatto sorridere anche Palazzo Chigi.

Certo, pure ai suoi predecessori non erano mancati gli agganci: Mario Pescante dopo la sua esperienza al Foro Italico in parlamento ci è proprio entrato, in quota Forza Italia; Gianni Petrucci aveva in Gianni Letta e Franco Marini due ottime sponde bipartisan per risolvere ogni problema al mondo dello sport. Ma qui siamo proprio alla simbiosi. Negli ultimi quattro anni governo e Coni hanno lavorato sempre in coppia, al punto da considerare Malagò una sorta di “ministro ombra” dello sport. Proprio adesso che l’Italia è tornata ad avere un vero Dicastero sotto la guida di Luca Lotti, ad una decina d’anni di distanza dal mandato di Giovanna Melandri (visto che le esperienze di Josefa Idem e Piero Gnudi sono state davvero due brevi, impalpabili parentesi). Inutile dire che i due si sentono con grande frequenza, e vanno d’amore e d’accordo su tutte le questioni che contano.

Questa vicinanza ha riportato lo sport al centro dell’agenda politica del Paese: non soltanto il Coni negli ultimi anni ha mantenuto serenamente il suo contributo pubblico da circa 410 milioni di euro, mentre in passato si era parlato più volte di possibili tagli. Ma si sono anche moltiplicate iniziative e progetti. Il più importante è stato ovviamente la candidatura di Roma 2024: Malagò e Renzi l’avevano concepita praticamente insieme, e portata avanti a quattro mani; non a caso per tutto l’arco in cui il cantiere è rimasto in piedi (prima di scontrarsi contro il no di Virginia Raggi) l’ex premier aveva avocato alla presidenza del Consiglio le deleghe allo sport, e aveva voluto essere il referente diretto del Comitato promotore. Finito il sogno olimpico, Malagò si è subito consolato portando in Italia la prossima sessione del Cio nel 2019: ovviamente nella Milano di Beppe Sala, uno dei sindaci più renziani del Paese. La collaborazione fra i due è stata preziosissima anche per il progetto “Sport e periferie”, uno degli spot più brillanti dell’esecutivo Renzi, che ha finanziato con 100 milioni di euro il rifacimento di 183 impianti in tutta la Penisola, ed è stato presentato al grido “grazie governo, viva lo sport”.

Ma sarebbe riduttivo circoscrivere solo a Renzi la relazione privilegiata di Malagò con la politica. Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non è mai stato così vicino al mondo dello sport: per la prima volta, ad esempio, quest’anno ha partecipato al Sei Nazioni di rugby, e la settimana prossima sarà alla finale degli Internazionali di tennis del Foro Italico. Sempre al fianco del numero uno del Coni. Lui, del resto, nel corso del quadriennio ha avuto a che fare con almeno una decina di interlocutori diversi, tra ministri veri e di passaggio, sottosegretari e premier con deleghe. E con tutti si è trovato benissimo. Il governo Letta prima, Renzi poi, Gentiloni adesso. E così sarà anche in futuro, con chiunque sarà eletto alle politiche 2018. Con tutti, forse, tranne che col Movimento 5 stelle. La ferita del no alle Olimpiadi è ancora aperta, il Coni a Roma sta provando a ricucire con il Campidoglio (in particolare con l’assessore Daniele Frongia). Ma i rapporti restano tesi: dopo la vicenda dei Giochi Malagò è entrato nella “lista nera” della base grillina, e in parlamento si moltiplicano interrogazioni e interpellanze sulle Federazioni e sul Comitato olimpico. Pur palesando una certa confusione (l’intenzione di “prendere in mano la materia senza intermediari” che sa tanto di nazionalizzazione, e il proposito di ridurre i finanziamenti pubblici sembrano un po’ cozzare fra loro), di sicuro i 5 stelle una volta al governo metterebbero mani nel sistema dello sport italiano, spezzando l’idillio di questi anni. “Il Coni non tifa, lavoreremo con chiunque vincerà”, ha sempre ripetuto Malagò alla vigilia di ogni voto, da ultimo l’elezione della Raggi a Roma. Ma forse oggi, da profondo frequentatore della politica, un po’ ha cambiato idea.

Twitter: @lVendemiale