Politica

Sardegna, superare le servitù militari per combattere la povertà

I tassi di disoccupazione giovanile sardi sono simili (se non uguali) a quelli della Grecia e di molte regioni europee. Non abbiamo molto da difendere, ma il vecchio spesso blocca il nuovo.

Da decenni sui giornali e nelle televisioni, senza che alcuno possa scagliarsi contro, va in onda una pregadoria (preghiera): “Nuovo modello di sviluppo”. Nuovo modello di sviluppo sarebbe immaginare e praticare un percorso economico e sociale nuovo per la Sardegna. In realtà, in questi decenni tutti hanno preferito l’immobilismo della povertà e dell’esistente.

Difendere l’esistente a qualunque costo, anche soffocando il futuro, mette d’accordo tutti, anche se non possono apertamente contraddire il mantra del “nuovo modello di sviluppo”. Innanzitutto viene il cemento, che è sempre la cura per tutti i mali. Si presenta poi la difesa a spada tratta delle industrie esistenti, senza porsi il problema dell’ambiente, della “sostenibilità” e del paesaggio. A me, invece, hanno insegnato che bisogna difendere i lavoratori, sempre, e garantire loro un futuro, pensando anche a chi il lavoro non ce l’ha, e non situazioni “insostenibili”. “Sostenibilità”, altra parola civetta. Moltissimi, quasi tutti la usano, ma non si sa bene che significhi.

Le servitù militari sono “sostenibili”? Le servitù militari sono enormi aree di territorio che, insieme ai territori propriamente militari, fanno della Sardegna un gigantesco scenario in cui provare armi di distruzione di massa, ad opera della Nato e dei suoi alleati. Nel momento in cui il dittatore Erdogan, capo di un paese Nato, pare imbrogliare per vincere un referendum, è sostenibile avere le più grandi basi per le esercitazioni internazionali d’Europa? Sono “sostenibili” dal punto di vista occupazionale, ambientale, morale?

Prendiamo il Poligono interforze salto di Quirra (Pisq). Come spiega il primo dossier curato da A Foras: “Il Pisq è il più vasto poligono militare attualmente presente in Sardegna, Italia ed Europa con oltre 10mila ettari di demanio militare. A questi vanno aggiunti almeno altri 3.580 ettari di territorio soggetti a servitù militari, aree che vengono sgombrate e interdette alla popolazione civile in relazione alle esercitazioni”. Le attività bellico-sperimentali, oltre che particolarmente impattanti sull’ecosistema, sono ad alta intensità di capitale e bassa intensità di lavoro.

Dal punto di vista demografico i comuni che hanno più a che fare con il Pisq, con le dovute eccezioni, sono quelli che si spopolano di più. Dal punto di vista economico non riescono a sfruttare tutto il potenziale, soprattutto turistico e agro-alimentare, così come fanno i comuni confinanti (per uno studio su tutte le aree soggette a servitù militari si consiglia anche il libro di Fernando Codonesu, Servitù militari modello di sviluppo e sovranità in Sardegna, Cuec, Cagliari 2013).

Dal punto di vista sanitario e del rispetto della legge, è in corso un processo che accerterà la responsabilità innanzi alla legge dei vertici militari del Pisq circa l’omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri. Per la prima volta alla sbarra degli imputati stanno i vertici militari. Emerge come questi abbiano anteposto alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini gli interessi dell’apparato militare e dell’industria bellica a esso connessa.

Ancora secondo il primo dossier a cura di A Foras: “Non si può negare che il Pisq, le aziende legate ad esso direttamente (è il caso di Vitrociset) e indirettamente (ricettività, ristorazione, pulizie e altri settori) abbiano un certo peso in termini di reddito che rimane sul territori. Gli stessi indennizzi (destinati ai comuni per la realizzazione di opere pubbliche e servizi sociali, e alle categorie produttive che non possono svolgere il proprio lavoro a causa della presenza dei poligoni), secondo qualche difensore del Pisq, potrebbero rappresentare una fonte di reddito e ricchezza per il territorio. D’altra parte questi possono anche essere letti come un meccanismo di compensazione per funzioni indesiderate. Gli indennizzi rappresentano anche il riconoscimento monetario (tra l’altro in perenne ritardo) da parte dello Stato di un qualche danno causato dalle servitù ai territori. Di che danno stiamo parlando? Sicuramente di un mancato sviluppo economico, ma anche demografico“.

Chi è al governo oggi, e chi lo è stato in passato, trova conveniente mantenere lo stato di cose esistenti. Noi no e, in vista della manifestazione del 28 aprile, cominceremo a discuterne insieme all’Università venerdì 21 aprile. Tutti i posti di lavoro devono essere mantenuti, e miliardi di euro ci devono essere resi per i danni finora arrecati a persone e ambiente, ma abbiamo il dovere di tracciare un futuro di scelte coraggiose. L’immobilismo della povertà non ci interessa.