Musica

I critici musicali in Italia non esistono

È già da più di qualche anno che, senza sosta, insisto col dire che quasi tutti i critici musicali (appellativo che, contrariamente alla critica d’arte, pare ci si possa liberamente auto-assegnare senza bisogno di alcun tipo di formazione specifica) altro non sono che commentatori e opinionisti. Perciò sono stato felice di leggere, sotto segnalazione della mia amica Stefania, un articolo del 2014 pubblicato da Ted Gioia su The Daily Beast e titolato “La critica musicale è degenerata nel commento dello stile di vita”: “Immaginate, per un momento, i commentatori di calcio che si rifiutano di spiegare le formazioni e le partite. O uno show televisivo culinario che non cita mai gli ingredienti. O un esperto di auto che si rifiuta di guardare sotto il cofano di un’automobile”. Così inizia il pezzo di Ted Gioia, che subito dopo afferma: “Questi esempi possono sembrare poco plausibili, forse ridicoli. Ma qualcosa di paragonabile sta accadendo nel campo del giornalismo musicale. Si possono leggere intere pile di riviste musicali e mai trovare alcuna discussione approfondita sulla musica. La conoscenza tecnica della forma d’arte è scomparsa dalla sua trattazione”.

Se l’articolo di Gioia, da una parte, ci fa sentire meno sfigati, provinciali e sfortunati del solito, dall’altra è sintomo del fatto che la situazione, per restare in tema, è, date le sue dimensioni, fortemente critica. In Italia, paese da sempre più rispettoso verso le proprie tradizioni letteraria e artistica che non verso quella musicale (e gli odierni dati su teatri d’opera, orchestre e auditorium sono al riguardo alquanto indicativi), nessuno potrebbe neanche lontanamente sognarsi di autodefinirsi critico d’arte senza aver precedentemente compiuto un adeguato percorso di studi accademici, mentre chiunque, ancora oggi, può dirsi critico musicale, o addirittura, in taluni casi, musicologo, senza aver mai minimamente studiato musica, senza conoscerla in nessuno dei suoi mille parametri e potendosi così affidare al solo, soggettivo e dunque privo di scientificità, strumento uditivo. Siamo ancora, perlomeno in Italia, alla preistoria della divulgazione musicale.

Come si può pensare di definirsi critico di qualcosa se il solo strumento che si possiede per “analizzare”, “studiare”, “approfondire” quel qualcosa è un semplice organo di senso? Seguendo infatti la stessa identica logica chiunque potrebbe definirsi critico d’arte: basterebbe aver visto un certo numero di quadri, aver frequentato diverse mostre, alcuni musei e, cosa più importante fra tutte, essere muniti di occhi! Quando, in musica, mancano lo studio, la preparazione e le competenze specifiche non resta che affidarsi all’organo uditivo, inevitabilmente collegato alla sfera del sentimento e dell’affettività personali. Per quale motivo l’orecchio, le propensioni, i gusti del sedicente critico musicale di turno, ovvero commentatore e nulla più, dovrebbero avere un qualche valore aggiunto rispetto a quelli di qualsiasi altro ascoltatore di musica?

Il motivo non c’è, perché a determinare l’unica possibile differenza sono lo studio, le competenze, la preparazione (e non la fortuna, o raccomandazione, di poter scrivere sul questo o quel giornale), strumenti puntualmente mancanti nella stragrande maggioranza dei cosiddetti, sedicenti critici musicali, italiani e non. Lo studioso, il competente non fa preferenze, giudica sulla base non del proprio gusto personale ma degli strumenti in suo possesso utili a condurre analisi, ad approfondire, a, in tre parole, esercitare una critica, il cui obiettivo non è mai, semplicisticamente, dire bene o male di qualsivoglia prodotto musicale (come purtroppo sembra aver inteso la grossissima parte dei sedicenti critici musicali, divisi tra feroci attacchi e smielosissimi salamelecchi basati, fra le altre cose, sul nulla) ma, come qualsiasi altro genere di critica, fornire chiavi di lettura il più possibile scientifiche e oggettive.

Tempo fa, per chiudere in bellezza, una certa “giornalista musicale” asseriva: “Io giornalista musicale ci sono diventata per caso. Avevo vent’anni e ascoltavo una radio locale della mia città. Ho sentito che cercavano uno speaker e mi sono buttata”. Ipotizziamo ora si fosse trattata di una giornalista economica e riformuliamo in tal senso quanto appena letto: “Io giornalista economica ci sono diventata per caso. Avevo vent’anni e ascoltavo gli andamenti della borsa alla radio. Poi ho sentito che cercavano una giornalista e mi sono buttata”.