Musica

David Oistrakh, il violino e il ghigno di Stalin

Che David Oistrakh sia stato uno dei più grandi violinisti del Novecento è asserzione scontatissima, che si provvedesse a un’edizione completa delle sue incisioni effettuate nell’Europa occidentale era un atto dovuto a un così grande artista. La Universal ha approntato una raccolta delle incisioni Decca, Westminster, DG per un totale di 22 cd. Si affianca a quello Emi di qualche anno fa quasi a chiudere il cerchio delle incisioni europee. Si attende ancora un’edizione totale dell’etichetta Melodiya.

Cofanetto, questo Universal, non del tutto avaro di sorprese, che copre gli anni della maturità dell’artista, dagli anni ’50 ai primi anni ’70: diverse incisioni sono rimaste sempre in catalogo ma alcune delle registrazioni Westminster (anche quelle in collaborazione con Melodiya) erano indisponibili da molto tempo e vi si trovano delle vere perle. Ma procediamo con ordine.

Nelle registrazioni DG i concerti di Bach sono ovviamente la parte più “caduca”: ormai sentire un approccio del tutto ottocentesco per la lettura di concerti barocchi ci lascia perplessi, tuttavia Oistrakh (variamente accompagnato dal figlio Igor) sfoggia un elegante fraseggio classico e una nobiltà di suono davvero impareggiabili anche se storicamente fuori contesto. Del tutto “a fuoco” sono naturalmente le incisioni dei concerti di Brahms e Ciaikovskij, mai usciti dal catalogo DG e veri classici per i due capolavori, centralissimi nel repertorio di ogni concertista moderno.

Oistrakh li affronta da musicista fuoriclasse, senza mai cedere un istante sul piano tecnico ma soprattutto facendo miracoli di fraseggio, specie nella Canzonetta del concerto del compositore russo e nell’Adagio di quello brahmsiano, confermandosi autentico “virtuoso dell’Adagio“. Per il suo Brahms si dovrebbe aprire un capitolo a parte: autore prediletto dal violinista ci sono conservate altre interpretazioni del Concerto, di riferimento però non è questa DG con Konwitschny ma quella Emi con il grande Otto Klemperer.

Oistrakh ha quello che potremo definire latamente il suono brahmsiano “autentico” affiancato a un senso del timing davvero insuperabile e alla classicità del fraseggio che la rendono versione giustamente celebre. Si è parlato e favoleggiato a lungo sul “suono Oistrakh”: enorme e risonante, pieno, mai stridulo, sempre nobile. Bene, in Brahms tutto ciò trova il suo compimento. Vertice interpretativo del cofanetto rimane però l’integrale delle sonate per violino e pianoforte di Beethoven col grande Lev Oborin. Registrate per Philips nel 1962, insieme a poche altre integrali rimangono un punto fermo in discografia. Il rigore del fraseggio e la distensione dei tempi di Oistrakh in Beethoven, che per alcuni sono stati scambiati per glaciale freddezza, ci restituiscono una visione olimpica del compositore di Bonn: ogni frase viene come scolpita del marmo, non c’è mai una sbavatura che possa far pensare ad una crepa nell’immagine quasi goethiana che il violinista costruisce. Questo è vero persino nella convulsa Sonata a Kreutzer, meravigliosamente condotta con una vistosa capacità di evitare il precipizio che pure affiora nella composizione.

Una perla assoluta del cofanetto è senz’altro la registrazione in studio della Sonata n°1 di Prokofiev per violino e pianoforte, accompagnato da Frida Bauer sua storica partner. Sonata cucita addosso al violinista che ne era anche il dedicatario era molto cara al compositore tanto da volere che il primo e terzo movimento venissero eseguiti da Oistrakh al suo funerale.

Sonata densissima, grandiosa con i movimenti esterni pieni di una sorta di vento spettrale tra cui si può intravvedere il ghigno malizioso e terribile di Stalin, i sopravvissuti e i morti del Termidoro staliniano che pesò così tanto su tutta la carriera di Prokofiev (e di Oistrakh). Una lunga trenodia per un’epoca, i lutti infiniti della Seconda Guerra mondiale, il dolore per un Paese e un popolo straziati; tutto questo trova spazio in questa sonata lancinante. Il grande violinista la marca quella specie di dolore cubista dei temi iniziali e le volate fanstasmiche della fine del primo movimento.

Nel secondo movimento sembra di ritrovare l’analogo dello scherzo feroce della Decima sinfonia di Shostakovich: un brutale ritratto del despota e il violinista non lesina certo sugli accenti brutali. Il terzo movimento, l’Andante, di una trattenuta mestizia sa diventare, sotto l’archetto di Oistrakh, un requiem per tutto ciò che è russo. L’allucinazione tocca il culmine nel frenetico quarto movimento, dove la follia sembra non arrestarsi fino a un culmine parossistico che, quasi tacitato a forza, fa spazio al ritorno del soffio spettrale che mette fine in sordina alla grandiosa sonata. Ma molto altro ci sarebbe da scoprire in questo prezioso cofanetto che ci aiuta ad avere un ritratto veritiero di un violinista di cui Yehudi Menuhin diceva che il suo spirito era puro quanto le sue ottave.