Cinema

La La Land e la dittatura del consenso social

Subito dopo l’annuncio delle 14 nomination all’Oscar per il musical La La Land diretto dal talentuoso Damien Chazelle, sulle bacheche social sono fioriti i commenti d’elogio e nello scorso weekend la pellicola è finalmente sbarcata in sala. Elogi per lui, Ryan Gosling, belloccio dal cuore tenero (durante la cerimonia trionfale ai Golden Globe ha ricordato il fratello defunto della moglie) e per lei, Emma Stone, che aspira al cambio di marcia, all’ingresso fra le attrici superpagate. Difficile, ma tutto è possibile. I due sono stati celebrati anche con la posa delle impronte delle mani – e dei piedi ovviamente – al Chinese Theater di Los Angeles. Non male.

Film originale ma non troppo, La la Land rievoca il clima fatato dei film di Fred Astaire, quando il mondo era più piccolo e non si faceva ancora fatica a credere nei sogni, mimando qualche passo a ritmo di danza. Un film musicale che cita e omaggia numerose pellicole storiche, fra cui Mary Poppins, Singin’ in the Rain e Pomi d’ottone e manici di scopa. Del resto la memoria è labile, un piccolo omaggio fa chic ed è sempre gradito. La La Land è una ventata d’aria fresca in competizione con le altre pellicole per la statuetta al miglior film che, al suo cospetto, hanno tutto da perdere. Semplicemente perché non posseggono quella marcia in più, surreale e un po’ naïf.

E allora tutto bene, no? No, non proprio. Come dicevamo, dopo le 14 nomination (eguagliando i record di Titanic e Eva contro Eva) e l’arrivo in sala, è esploso l’entusiasmo sui social ma subito dopo è emerso un altro sentimento, riassumibile in una formula precisa: la dittatura del consenso social. Se un film è talmente bello ed emozionante da far piangere – come scrivono con trasporto tanti utenti su Fb – e se merita davvero tutte le nomination, perché mai potrebbe non piacere? Anzi, possiamo metterne in dubbio la potenza dello storytelling, la poeticità di un amore nostalgico in salsa hollywoodiana? E allora, dagli addosso al criticone! Lesa maestà e tutti a letto senza internet.

A ben vedere anche questa settimana si è aperta con diversi articoli di giornalisti che, oltre a inneggiare a La La Land hanno, soprattutto, richiamato all’ordine gli spettatori non entusiasti, colpevoli di non capire proprio nulla. Alternando lezioni di cinema a puntate polemiche. Perché va bene avere una propria opinione ma se è conforme alla loro, è decisamente meglio. La dittatura del consenso social ha stufato eppure è sotto i nostri occhi. A scanso di equivoci è meglio ribadire che La La Land è un buon film con un’ottima colonna sonora (almeno tre tracce vi resteranno impresse in testa) ma c’è qualche inevitabile pecca.

Ad esempio il provino con tema parigino di Emma Stone (il momento strappalacrime con la forza) e la storia della band pop che si dilunga un po’ troppo, al solo fine di tirare dentro il film la star John Legend che fa il suo (e porta i soldi degli sponsor). Piace, non piace, De gustibus. Ma tutto questo si può dire apertamente nel tempo delle bacheche di vetro sui social? Certamente. Tuttavia si rischia di non essere popolari. Il peccato capitale 2.0.

Ma non focalizziamoci su La La Land. In passato era il turno de La grande bellezza e periodicamente tornano in auge Elena Ferrante, le canzoni di Sanremo e via discorrendo. Non a caso numerosi utenti hanno dichiarato di tenersi alla larga dall’esprimere un giudizio su un libro o un film al solo fine di “scansare le polemiche online” e i commenti aggressivi o peggio, denigratori.

Esiste la libertà d’opinione sui social? Siamo disposti a tollerare il pensiero altrui? Del resto, ci siamo passati tutti, il confronto ci mette un attimo a scivolare in caciara. Siamo stati avvisati e la dittatura del consenso social è già realtà. E a voler essere noi stessi si rischia di diventare impopolari. Siamo pronti a correre questo rischio?