Cultura

‘Il concilio d’amore’, tra Dio e il Papa si salva solo il Diavolo

Alcuni giorni or sono, mi è capitata fra le mani la sentenza con la quale, correva l’anno 1895, il Tribunale Reale Regionale di Monaco I, condannò il dottor Oskar Panizza di Kissingen, per oltraggio alla religione a mezzo stampa, alla pena di un anno di detenzione, disponendo altresì che venissero distrutti “gli esemplari dello scritto a stampa Il concilio d’amore”, opera teatrale che avrebbe segnato il trionfo letterario dell’autore in tutta Europa, sebbene rappresentata per la prima volta soltanto nel 1969, nonché “le lastre e i piombi utilizzati per la sua produzione”.

Nella motivazione di quella sentenza, peraltro, si stigmatizzava la gravità del suo crimine, essendo il contenuto della pièce teatrale “atto a ferire profondamente i sentimenti religiosi e morali di terzi” e non scusabile “con la libertà dello scrittore”, di cui sarebbe, anzi, “stato fatto un uso eccessivo”. Ma qual era “il ripugnante contenuto dell’oggetto in questione”, che, stando al tribunale bavarese, “non (poteva) che aver suscitato il rifiuto da parte delle persone per bene e che per ciò (aveva) avuto scarsa diffusione”?

Das Liebeskonzil, dato alle stampe nel 1894, mette in scena Dio, senile e reumatico, la Vergine, civettuola e frivola, un Gesù un po’ idiota ed ecolalico, il Diavolo, unico a essere intelligente e umano.

La vicenda si svolge, contemporaneamente, in Cielo e nella Roma di Alessandro VI: venuto a conoscenza dei costumi corrotti degli italiani e del pontefice, Dio indice un concilio per escogitare il castigo più adeguato da infliggere loro. Incapaci le figure divine di opporre un valido argine all’indifferenza umana verso la religione, solo il Diavolo riesce a salvare il Cielo dalla bancarotta inventando un morbo che certamente riporterà gli uomini sulla retta via e alla fede: la sifilide.

È chiaro che né l’anticattolicesimo di Panizza né il suo gusto per la satira riescono a spiegare adeguatamente la violenza estrema della commedia e lo scandalo che la favola suscitò. La prospettiva cambia, tuttavia, là dove si consideri ch’egli avesse inteso raggiungere il Male assoluto; spiegarsi e spiegare: perché il male?

La corda che gli uomini si trascinano per scendere in esso e, se possibile, per risalirne, è resa precaria dall’abisso del male, toccare il cui fondo altro non è che stabilire un contatto col suo vischioso gonfiore e provarne orrore senza essere, però, in grado, al lume di una lampada vacillante, di assegnargli limiti né di convincersi della sua necessità, senza qualche capzioso artificio, come l’imposizione dell’idea di colpa, originale o no, considerata ragione sufficiente, nonostante la vistosa sproporzione tra un preteso delitto ancorato nell’immemorabile, nel mitico e nell’indeterminabile, da un lato, e la sua repressione nella forma delle peggiori pene corporali e di altro genere, inflitte senza discernimento e senza far ricorso all’umanità nel suo insieme, dall’altro.

In Das Liebeskonzil, il colpo di genio, per rendere l’atmosfera appassionata al massimo, sta nell’aver determinato un punto ultra-nevralgico in base al quale far funzionare il nesso causale, religiosamente dato per acquisito, tra la colpa umana e la collera divina, esprimentesi nella forma di un flagello che s’abbatte sulla terra. Essendo, peraltro, l’amore ciò che può strappare l’uomo alle miserie della sua condizione, ecco perché l’azione è situata nel punto preciso in cui la vendetta del cielo investe l’amore stesso per insozzarlo. Non è, allora, eccessivo che le figure divine, a cui si riconosce potere sovrano, siano chiamate a comparire. E neppure lo scandalo sta nella buffonesca deliberazione a esse attribuita, quanto piuttosto nello stesso verdetto da loro pronunciato.

Sotto le macerie che Panizza va ammucchiando, continua a crescere la pianta della simpatia, che è, in fondo, la profonda molla umana della commedia e si fissa stabilmente nel Diavolo, perché lui solo, di tutta la favola, resta intraprendente ed efficiente. Mai, del resto, era apparso così vicino come in questa pièce, in cui domina con tutto il prestigio dell’intelligenza un Olimpo delucidato. Ed è commovente anche nei suoi difetti e perfino nelle sue debolezze: sogna d’essere iscritto al Gotha, mentre l’impresa che sta compiendo basterebbe a consacrarlo Principe dell’astuzia e Arconte di questo mondo.

Insomma, quel che i giudici bavaresi reputarono criminale fu l’ostentata simpatia per gli uomini e la pietà per la loro sventura, che avevano spinto Oskar Panizza a colpire in modo violento Dio e il papa e a scagionare il Diavolo.