Politica

Andrea Orlando e quel pellegrinaggio sulla tomba di Bettino Craxi

Cosa scatta nella mente di uno come l’attuale guardasigilli Andrea Orlando, tanto da fargli intraprendere un viaggio virtuale fino ad Hammamet, nel suo commosso e deferente pensiero rivolto a Bettino Craxi, proclamato “una figura importante della Sinistra, controversa ma portatrice di innovazioni culturali e che propose un’ipotesi per modernizzare il Paese”?

Cioè l’omaggio al vero avversario mortale di quell’Enrico Berlinguer che un ex segretario spezzino della Fgci (l’organizzazione giovanile comunista) avrebbe dovuto considerare la propria stella polare; il “cinghialone” che il Pci di allora combatté strenuamente, giudicandolo destrorso e corruttore. Quel Craxi che, costruendo il mito della “Milano da Bere”, validò l’edonismo reaganiano e il rampantismo nell’Italia che iniziava a divorarsi nel lusso dimostrativo il lascito del Miracolo Economico; che, in combutta con Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti, favorì l’arricchimento della neo-borghesia, ottenuto speculando sul debito pubblico (il cosiddetto Bot-people) e aprendo voragini nei conti dello Stato; che, in partnership con Silvio Berlusconi, fomentò quell’affarismo spregiudicato poi sfociato nella breve stagione del repulisti, denominata “mani Pulite”. Tanto da concludere la propria parabola da esule nella Tunisia, in quanto zona franca dall’estradizione. Se sono queste le innovazioni e se questo è il pedigree di un uomo di sinistra…

Segno di inemendabile confusione mentale? Probabilmente sì. Chi scrive ricorda di aver ascoltato dalla viva voce dell’Orlando, in un dibattito pre-referendario 2016, l’affermazione che modernità ed efficienza si identificano nella sveltezza. Se per questo anche l’arte dello scippo. Ma come rimproverare un giovanotto che in vita sua non ha fatto altro che percorrere corridoi di partito senza aver sperimentato cosa significa lavorare neppure per un giorno. Come gli altri compagnucci che componevano il pacchetto di politicanti in carriera del Pd denominati “Giovani Turchi”: oltre Orlando, Matteo Orfini e – all’inizio – Stefano Fassina. Nati alla corte di Massimo D’Alema, che appresero rapidamente le pratiche del cinismo correntizio ma senza avere il tempo di costruirsi un minimo di retroterra culturale.

Così li descrive nel Manuale del Giovane Turco il giornalista amico, penna de l’Unità, Franco Cundari: “A sinistra […] il giovane turco è passato attraverso l’ubriacatura giustizialista e quella presidenzialista, la rivoluzione liberale e la terza via, le privatizzazioni e il partito liquido, l’infatuazione per il federalismo, il bipolarismo di coalizione e il bipartitismo ideologico. Nel corso della sua attività politica, il giovane turco è passato attraverso tutto questo e non ha mai visto nient’altro. Non ha mai visto un sistema politico senza Silvio Berlusconi, dove il simbolo di partito più antico non fosse quello della Lega, dove fossero i partiti a scegliersi il leader e non il leader a scegliersi il partito (e a scioglierlo quando non gli serve più). Non ha mai vissuto un tempo in cui i problemi più dibattuti fossero la diseguaglianza e l’ingiustizia sociale, la questione meridionale, i diritti sindacali, invece che i costi dello Stato sociale e della politica, la questione settentrionale, il diritto dei piccoli imprenditori di non pagare le tasse o quello delle grandi aziende di scegliersi il sindacato più simpatico e di buttare fuori gli altri”.

Da qui l’assenza di memoria storica e categorie annesse, per cui il giovane responsabile giustizia del Pd poteva fotocopiare le proposte dell’avvocato Ghedini in materia di riordino delle carriere in magistratura. Per cui il vero punto di riferimento di questi arrampicatori sociali è Giorgio Napolitano, quello che ha smarrito il Comunismo già negli anni ’50 e si è consacrato a un solo compito: tenere a bada il popolo assicurandone il controllo da parte dal ceto politico.

Ecco dunque: Andrea Orlando va in pellegrinaggio sulla tomba di Craxi, protomartire nell’opera di liberazione della Casta da ogni vincolo. A cui un cultore della politica come ascensore sociale – quale il ministro – sente di appartenere geneticamente.