Economia & Lobby

Mps: ora che abbiamo una banca, che cosa ce ne facciamo?

Qualcuno una volta disse “abbiamo una banca!” e la cosa non ha esattamente portato fortuna.

Oggi, con riferimento al Monte dei Paschi, possiamo dirlo tutti visto che il Tesoro dovrebbe arrivare a controllare il 70% del capitale con un impegno che potrebbe aggirarsi intorno ai 6,6 miliardi (a cui vanno aggiunti altri 2,2 da conversione di obbligazioni subordinate detenute da investitori istituzionali). Si tratta di cifre indicative, basate su un aumento complessivo da 8,8 miliardi, calcolati applicando criteri analoghi a quelli impiegati per le banche greche e più severi rispetto a quelli utilizzati per il calcolo della shortfall negli stress test di luglio oltre che, ovviamente, ai 5 miliardi dell’aumento “di mercato” recentemente fallito.

Tralasciamo le considerazioni su cosa si sarebbe potuto fare prima o in alternativa (ad esempio ricorrere all’Esm) e proviamo a concentrarci sulle soluzioni che meglio tutelano le ragioni del Tesoro e, di conseguenza i soldi dei contribuenti che assisteranno nel 2017 a un aumento del debito pubblico di 20 miliardi per venire in soccorso agli istituti di credito in difficoltà.

Il primo nodo da sciogliere riguarda ovviamente i crediti deteriorati. Dismettere le sofferenze, ammesso e non concesso che ci si riesca e non considerando ancora a quale valore di trasferimento, non è sufficiente a rendere la banca rivendibile come testimoniato dall’esperienza delle tre goodbanks. Dopo i 28 miliardi di sofferenze ci sono almeno 15-17 miliardi di incagli, che in parte potrebbero diventare nuove sofferenze, tralasciando di analizzare quanta parte dei crediti in bonis potrebbe andare incontro a deterioramento.

Il piano “di mercato” fallito ipotizzava di riuscire a dismettere le sofferenze a valori “ottimistici” con l’aiuto del fondo Atlante, di aggiungere rettifiche sugli incagli per circa 2 miliardi generando un fabbisogno di “soli” 5 miliardi. Ora che il mercato non ci ha creduto e che la palla è al governo, la strada più agevole per limitare i danni potrebbe essere la ricerca di un partner industriale, possibilmente non italiano che possa contribuire a elaborare un piano credibile e concretamente realizzabile.

Questo piano dovrebbe prevedere

1 – Individuazione degli attivi maggiormente deteriorati (non solo sofferenze, ma anche parte degli incagli) da segregare per isolare chi investe nella “nuova Mps” dal rischio connesso a queste componenti
2 – Introduzione di procedure di monitoraggio e risk management efficaci per comprendere la reale qualità dell’attivo e prevedere/prevenire le possibilità di deterioramento
3 – Dismissione delle attività non core, riduzione dei costi e investimento sulle componenti che consentano all’istituto di ritornare competitivo
4 – Stesura di un programma di uscita per il tesoro che
a) preveda, durante il risanamento, un ingresso graduale del nuovo partner nel capitale con contestuale uscita del Tesoro;
b) permetta, dopo il risanamento, un aumento di capitale finalmente di mercato con la possibilità per il governo di rivendere le proprie azioni beneficiando degli effetti positivi del piano di risanamento

Non è da escludere poi che durante la realizzazione del piano di risanamento sia possibile collocare degli strumenti ibridi come obbligazioni subordinate: Mps post intervento dello Stato, disporrà di garanzie pubbliche per fronteggiare problemi di liquidità oltre che della dotazione di capitale aggiuntivo apportata dal tesoro, se avesse anche un piano elaborato con un partner credibile non dovrebbe avere problemi ad accedere ai mercati per collocare questi prodotti.

Insomma, ormai la via del salvataggio di Stato è tracciata ferme restanti le responsabilità e le doverose considerazioni sui molti errori e mancanze passate, il focus dovrebbe essere sul cercare di tutelare al massimo l’investimento fatto dal governo con i soldi dei contribuenti.
La strada più ragionevole appare essere quella di accantonare i piani teorici e le simulazioni su carta, coinvolgere qualcuno che sappia fare banca e, previa copertura dei rischi inerenti alle eredità negative del passato, possa contribuire sul piano industriale e finanziario al rilancio di un istituto più leggero e competitivo.

@massimofamularo