Cinema

‘Paterson’ di Jim Jarmusch, il fascino discreto della poesia al cinema

Che cos’è la poesia se non la ricerca di corrispondenze segrete, di affinità nascoste, di prolungate esitazioni tra suono e senso, come diceva Valéry? La poesia è l’armonia segreta del mondo che fatica a manifestarsi e che purtuttavia lo regge. E Paterson, ultimo film di Jim Jarmusch, presentato in concorso a Cannes e ora in uscita natalizia nelle sale italiane (in questi giorni a Milano, Roma e Torino, dal 29 dicembre in tutta Italia), è la celebrazione della poesia, della sua bellezza e del suo mistero.

Paterson è una città del New Jersey, legata a famosi poeti, da Williams Carlos Williams ad Allen Ginsberg che vi hanno vissuto e le hanno dedicato opere importanti. E’ anche la patria di Lou Costello, notissimo attore hollywoodiano degli anni d’oro, che con Bud Abbott formò la celebre coppia Gianni e Pinotto. Paterson è insomma una fucina di talenti capaci di traguardare il mondo, di vederlo da un’angolazione insolita, come solo i poeti e i comici sanno fare. Ma Paterson, nel film di Jarmusch, è anche, singolarmente, il nome del protagonista, un autista di bus urbani dedito alla poesia.

Di poesie lui riempie un suo taccuino segreto, ma la poesia non è soltanto il suo hobby, è invece la sua porta di accesso al mondo e alla sua visione del mondo. Paterson – l’autista – ha una splendida moglie, che lo ama e gli riempie la vita di racconti, di sogni, di oggetti, di trame disegnate rigorosamente in bianco e nero: tutto, dai vestiti agli arredi della casa, dai biscotti alla chitarra di lei, ha la poesia e il fascino nascosto del design asciutto ed essenziale.

Anche Laura, questo il suo nome singolarmente petrarchesco, ha bisogno di vedere il mondo attraverso una sua espressione artistica, anche lei cerca, a modo suo, la poesia del mondo. Paterson vive nel suo universo fatto di regolarità e di silenzi, quei silenzi che gli permettono di scorgere le piccole accidentalità della vita, come la straordinaria presenza in ogni luogo di coppie di gemelli di ogni età e condizione uguali tra di loro o i fortuiti incontri con persone anch’esse dedite alla poesia, siano esse bambine o turisti giapponesi.

Il suo silenzio è però anche il contraltare di ogni eccesso di rumore. Un rumore inteso non tanto come frastuono, quanto piuttosto come rumore della vita, ciò che disturba e che purtuttavia è la vita stessa: dai racconti del suo capo sui guai familiari che lo affliggono alle litigate che avvengono regolarmente nel bar che Paterson frequenta la sera, fino al guasto dell’autobus che è anch’esso una sorta di “rumore” nello scorrimento silenzioso e poetico della vita. Soprattutto, nell’universo della coppia c’è Marvin, un piccolo bulldog inglese che osserva il suo padrone guardare poeticamente il mondo, e che gli si oppone burberamente.

Marvin è il lato anarchico della vita: è lui che ogni giorno storce l’asse della cassetta della posta all’ingresso della casa di Paterson. C’è infatti bisogno di un po’ di anarchia, forse proprio per raggiungere l’armonia della poesia. Non è un caso che a Paterson – la città – non abbiano vissuto solo i poeti ma anche un anarchico come Gaetano Bresci, il responsabile dell’assassinio di Umberto I, che aveva passato diverso tempo nella cittadina del New Jersey. Dunque c’è una lotta tra la poesia e l’anarchia, e non è detto che si risolva solo in uno scontro.

In Paterson Jarmusch disegna un universo fatto di sensazioni anche visive (la cascata, la birra, i cereali della colazione) o di corrispondenze strane (il volto del barista e quello del bulldog ecc.), di piccoli o grandi oggetti del vivere quotidiano che si intrecciano in fitte trame di percezioni, nelle quali la tonalità dominante è quella di un equilibrio leggermente stralunato, secondo una chiave di lettura del mondo minimalista ma estremamente coinvolgente.

Vivere, cioè, come già mostrava il Benigni di Daunbailò, è attraversare il paesaggio del mondo con strumenti esili e singolari come quelli che offre la poesia, i quali permettono di accordare le cose secondo un ordine invisibile eppure concreto. E il cinema è forse lo strumento più singolare per accordare le cose e le corde del mondo.