Economia & Lobby

Banche: se quelle italiane sono ‘zombie’, il capitalismo americano c’entra qualcosa

Non usano mezzi termini gli americani per definire le nostre banche, come fa Yalman Onaran su Bloomberg: banche zombies, cioè solventi solo nel nome.

La differenza (a suo avviso) con quelle europee è che le banche americane, quando si trovano impreparate ad affrontare una crisi ciclica, falliscono. Vero che, anche in America, per le grandi banche vale tuttora la regola ferrea del “too big to fail” (troppo grande per fallire) ma le grandi banche che possono godere di questo “privilegio” sono solo una manciata, quelle cioè di interesse nazionale, tutte le altre, se non riescono a mantenere il livello di capitalizzazione richiesto dalla normativa, devono portare i libri in Tribunale.

A generare queste spiacevoli situazioni, sia per la banca che per i clienti, a parte gli esigui casi di cattiva amministrazione, sono le ricorrenti crisi finanziarie che colpiscono il sistema o, peggio, intere nazioni o continenti. Proprio come è successo negli Stati Uniti nel 2008 e in Europa a partire dal 2011. Solo che, mentre negli Usa è il mercato a decidere il destino delle banche (medio-piccole), in Europa non lo è quasi mai perché intervengono a salvare le banche gli aiuti delle banche centrali o direttamente dei governi.

Quindi si verifica proprio il caso di cui parla Onaran nel suo articolo. Ma lui pone in evidenza anche il fatto che quando una banca diventa “zombie” la qualità del credito scende, sia perché è costretta a tenere nel proprio patrimonio crediti di scarso o nullo realizzo, sia perché le mancano i fondi necessari per finanziare regolarmente le richieste di credito dei clienti.

Tentare di fare un serio confronto fra il sistema del credito americano e quello europeo (ma ancor più con quello italiano), è però quasi senza senso tanto sono diversi i due sistemi. Il sistema creditizio americano è coerente col sistema capitalista nel quale opera: grande attenzione personale, e affari, con chi dispone e muove grandi capitali, nessuna attenzione e tutto computerizzato con chi ha pochi capitali da mettere in gioco e (quasi di conseguenza) scarso credito.

Come noto negli Usa il credito delle persone è dato da un punteggio (il credit scoring) che definisce automaticamente la solvibilità teorica della persona. Quando quel punteggio scende sotto i 700 punti il credito viene dato con prudenza e con tassi molto alti (anche sopra il 25% annuo). Con le carte di credito “revolving” l’entità assegnata del credito si ristora attraverso i pagamenti mensili, ma essendo i tassi molto alti si genera nella maggioranza dei casi una situazione dove il cliente riesce a pagare solo la quota minima dovuta, ovvero gli interessi e quella piccola parte di rimborso capitale dovuta per legge (che però subito dopo il cliente è costretto, per necessità, ad usare di nuovo per pagare altri debiti o necessità).

Costa quasi nulla ai buoni clienti tenere un conto in banca e usare diverse carte di credito. Bisogna solo stare attenti a non cadere nella spirale di cui sopra (ma pochi in realtà ci riescono).

Quelli che cadono nella trappola e commettono (anche per cause accidentali) l’errore di non farcela a pagare si vedono il credito rovinato rapidissimamente e per tempi anche molto lunghi. Con uno “scoring” sotto i 650 punti diventa quasi impossibile avere prestiti di qualsiasi tipo e, quando si ottengono, sono a tassi da vera usura (vicino al 30% quelli delle banche e carte di credito, persino oltre quella soglia gli altri soggetti).

Ho speso un po’ di spazio a descrivere questi dettagli per far capire cos’è in pratica il sistema del credito americano. Un sistema che, come quasi tutto il resto negli Usa, è riverente verso chi ha molti soldi ma assolutamente irriverente e persino spietato con chi non ne ha. Tra l’altro, al di là delle moine di pura facciata degli addetti al credito, chi non è ricco non ha nemmeno l’opportunità di trattare con qualcuno in possesso di potere decisionale. Ti fanno parlare con delle persone, ma a decidere è sempre il computer.

In Italia, ma un po’ in tutta Europa, grazie a Dio non è ancora così, ma c’è già chi (vedi Renzi & C.) vorrebbe arrivarci il più in fretta possibile (con la scusa del mercato). Invece il mercato non c’entra niente in questo caso. Casomai potrebbe essere l’automazione, ma comunque è sostanzialmente una scelta di tipo strategico. Far soldi sfruttando i deboli e i poveri è più facile che farlo coi ricchi e i potenti.

La crisi che ha minacciato di travolgere gli Stati Uniti nel 2008 era già stata causata dalla troppa libertà data dal sistema ai mercati. Ora i liberisti ne chiedono ancora di più perché, dicono, “come si può competere con chi ha un mercato del lavoro che costa un decimo del nostro?”. Trump ha già risposto a questo quesito promettendo un ritorno al carbon fossile e una sostanziale quasi autarchia. Il popolo gli ha creduto e gli ha spalancato le porte della Casa Bianca, ma quel programma è ancor più controcorrente di quello del “socialismo” europeo; i suoi colleghi capitalisti non glie lo lasceranno fare. Riuscirà solo a scatenare proteste, fors’anche sommosse, quindi probabilmente una recessione globale.

Non è più tempo di chiedersi se quello americano è il modello giusto da imitare. Loro chiamano “zombies” le nostre banche, ma sono loro ormai ad essere “zombies” nell’assegnare all’ideale liberista capitalista un primato che ha superato ormai di gran lunga il livello di sostenibilità per una società evoluta ma equilibrata, quindi è destinato a soccombere.

A parte il problema dell’euro (solvibile), l’Europa è ancora un modello certamente più vicino all’umanesimo sociale necessario per incontrarsi coi bisogni reali della gente.