Società

Disabili e tecnologia, siamo disposti a tutto pur di non muoverci

Riprende il nostro pellegrinaggio, cominciato nel precedente post, sui sentieri della tecnologia al servizio degli esemplari di disabile, perché non c’è disabile che si rispetti senza adeguati strumenti tecnologici al seguito.

Dalla sedia elettrica raggiungiamo quello strumento che mi precluderà il raggiungimento del Nirvana, il gran visir computer. Immagino siate d’accordo con me: non esiste niente di meglio, o di peggio, che un computer per far inalberare un umano.

La categoria dei disabili, che fa dell’immobilismo il proprio stile di vita, ne dipende per enne attività al quadrato e ha facoltà di usarlo nei modi più disparati: l’importante è non muoversi. Per questo ho scartato il computer a movimento oculare (movimento? Ma non esiste né in cielo né in terra!) e ho optato per quello vocale: il software che mi tiene compagnia dichiara che con la voce si può scrivere 10 volte più velocemente che a mano, ma nulla accenna sulla correttezza di quello che scrive. Così come non dichiara che quando gli gira fa quello che vuole, lasciando il povero sofferente in perenne ansia da “ghe pensa lui”: e l’ansia con il Nirvana non va d’accordo. Infine, se chi disprezza ama non posso escludere che un giorno mi possa infatuare di lui: basta dotarlo di una voce femminile suadente, come quella di Samantha nel film “Lei”, e il gioco è fatto.

Lasciamo il computer e diamo il benvenuto al mio smartphone, scelto attenendomi ai consigli di un amico professatosi esperto in materia: «Compra questo, è quello giusto per te: puoi far partire una chiamata solo utilizzando la voce». Esaltato, lo acquisto. Effettivamente è così, ma… ecco la prova sul campo: necessito di chiamare casa, pronuncio quindi la parola chiave per sbloccare il cellulare, che prontamente mi chiede cosa voglio da lui. Allora gli dico: «Chiama casa», e mi risponde: «Sto chiamando Nelson Bova», ripeto più volte «annulla» ma la chiamata parte. E Bova – non l’attore, ma il più famoso giornalista del Tgr Emilia Romagna – mi risponde chiedendomi come sto. Essendo sincero, eccetto le volte in cui mento, gli rispondo: «Ehm, in realtà mi è partita la chiamata». Ma non intendo arrendermi e riprovo. Medesima procedura e il cellulare mi risponde: «Sto chiamando Luca Osa». «Annulla», «annulla» e la storia si ripete. Addirittura degenera, perché parte la segreteria e lascio il messaggio più originale: «Ciao Luca, volevo solo dirti che non ti volevo chiamare». E non finisce qui, poiché la voce preregistrata della segreteria mi dice: «Premere uno per inviare il messaggio, premere due per registrare un nuovo messaggio». Non potendo oppormi, la simpatica voce infierisce ripetendomi innumerevoli volte il messaggio, finché non decide di inviarlo. Questo mentre da casa avevano già allertato l’Acchiappa disabili, l’organo preposto al recupero di disabili smarriti.

Diversamente il caro vecchio cellulare poteva ricevere chiamate in automatico, ma non effettuarle: dopo tre squilli si attivava. Questo capitava nei momenti meno indicati: per esempio quando incontrai per la prima volta il direttore di un giornale, il quale doveva decidere se fare di me un collaboratore. Mentre mi parlava, sentii vibrare il cellulare (era in modalità silenziosa) e mi trovai costretto a fermare le sue parole per rispondere. Per giunta, non avendolo sentito suonare, avrà pensato: «Questo è anche matto», quindi mi assunse.

Quando non era silenzioso invece, suonava dove non doveva, come in chiesa, luogo nel quale metto ruota solo in occasioni poco felici: matrimoni e funerali. Tuttavia quel giorno sentivo un forte bisogno spirituale di refrigerio: fuori faceva un caldo della Madonna. Appena lo sentii suonare cercai di guadagnare l’uscita, dove trovai la classica Dad – Donna Anziana Devota – ad aprirmi la porta: «Bravo, sei proprio un bel ragazzo». Non c’è più religione, anche in chiesa mi adescano…

La tecnologia, però, non si ferma qui e il Politecnico di Milano sta progettando una carrozzina che si guida con il pensiero: chissà perché, ma non mi fido. Infatti presenta già una falla: prendiamo in considerazione il disabile maschio, che è maschio come tutti i bipedi attivi, quando scorge una graziosa fanciulla. Solitamente la segue con gli occhi, mentre il pensiero si annebbia e l’attività cerebrale perde la bussola. Così come la carrozzina, che si metterà a seguire – in maniera a dir poco molesta – la bellezza in questione in ogni dove, giù da una scalinata oppure a fermarsi nel bel mezzo della strada in preda a bollenti pensieri…