Società

Modena, per i pazienti è sempre colpa dei medici. La realtà è diversa da tv e fiction

Negli scorsi giorni a Modena un medico è stato colpito con un fucile ad acqua in cui era stata inserita soda caustiaca riportando danni molto gravi agli occhi e il rischio di perdere la vista. Conosco questo collega perché abbiamo fatto insieme alcune trasmissioni televisive presso TRC a Modena. Non è chiaro quale sia il movente di questa brutale aggressione perché le ipotesi possono essere le più varie. Emerge però la preoccupazione che si tratti di un episodio frutto di tensioni professionali.

In questo periodo storico in Italia si è diffuso un atteggiamento di aperto scetticismo e, in molti casi, di ostilità verso l’operato dei medici. La classe medica si trova fra l’incudine e il martello in quanto da un lato le aspettative della popolazione, alimentate dalla pubblicità, sono mirabolanti e dall’altro la realtà clinica, pur in un ospedale di altissima efficienza come quello in cui opera il collega, è molto più sfaccettata e complessa. Le persone guardano la serie televisiva del Dr. House e immaginano di entrare in ospedale ed essere accudite da uno staff di 5 medici che nel giro di ventiquattro ore li sottoporranno a decine di esami e formuleranno in breve diagnosi e terapie a ripetizione. Le trasmissioni televisive che parlano di sanità decantano le ultime innovazioni per cui pare che tutte le malattie siano guaribili. In televisione si parla solo di nuove e meravigliose tecniche. La morte viene allontanata per cui pare che in mano alla medicina non si debba morire. Una volta lessi un titolo di giornale che affermava grosso modo: “Paziente, che il giorno prima era stato al pronto soccorso, muore!” intendendo come sottinteso che non si può e non si deve morire se si è stati da poco visitati.

Se fosse vero basterebbe quindi andare tutti i giorni al pronto soccorso per non morire mai? Fra noi medici ormai è forte il timore di essere tacciati di mal pratica anche per situazioni in cui abbiamo fatto del nostro meglio. Le persone non accettano più la morte di un loro congiunto ma sono subito pronte ad accusare il medico che malauguratamente lo ha accudito. Il rifiuto psicologico della morte emerge in modo emblematico nel momento in cui non si accetta più di far morire il proprio congiunto a domicilio ma si ricorre nelle fasi terminali per oltre l’80% all’ospedale. I bambini vengono allontanati dal nonno morto “perché non devono essere traumatizzati” e ai funerali partecipano sempre meno persone.

In questo clima di sotterranea o palese ostilità verso il medico e di non accettazione dell’evento naturale morte se qualcosa va storto quel medico, che prima veniva osannato, diviene una sorta di demonio da osteggiare.

Naturalmente non posso affermare che il caso del medico colpito si riferisca a problemi professionali in quanto ci sono altre ipotesi come conflitti personali o il fatto che era stato testimone, seppur marginale, in un processo contro altri colleghi. Posso però dire che negli ospedali e negli ambulatori i colleghi sono sempre più tesi e preoccupati.