Cronaca

Dario Fo e Milano: il candidato sindaco che spaventava destra e sinistra. Quando Veltroni lo stoppò: “Non se ne parla”

Il primo tentativo nel 2001, lanciato dal settimanale "Diario" diretto da Enrico Deaglio e fermato dall'allora segretario Ds. Poi la partecipazione alle primarie del 2006, vinte dal prefetto Ferrante. Il premio Nobel accarezzò sul serio l'idea di guidare la città, ma la sua veemente radicalità preoccupava innanzitutto il fronte progressista, timoroso di alienarsi i voti dei "moderati". Le campagne elettorali incentrate su inquinamento e periferie. Con tanto di spettacoli ad hoc come "Il cantico dei bronchi intasati"

Dario Fo era in corsa come sindaco di Milano già nel 2001, ma a stoppare la sua candidatura per una sinistra unita ci si mise pure Walter Veltroni: “Ma stai scherzando? Non se ne parla nemmeno”, tagliò corto l’allora segretario nazionale dei Democratici di sinistra, antenati del Pd. Dall’altro capo del telefono Enrico Deaglio, che da direttore del settimanale Diario aveva avuto l’idea, con il collega Beppe Cremagnani, di lanciare il nome del premio Nobel nelle acque un po’ stagnanti della sinistra milanese, reduce da due turni di digiuno da quando, nel 1993, era partita l’elezione diretta dei sindaci. Fu quello il debutto dell’attore, scomparso il 13 ottobre, sulla scena politica della città. La candidatura tramontò, ma lasciò qualche segno. Da lì nacque “Miracolo a Milano”, uno dei primi esperimenti di lista civica, con capolista Franca Rame (che poi sarà senatrice dell’Italia dei Valori, tanto delusa da chiudere l’esperienza anzitempo). Al giro successivo, nel 2006, Fo partecipò alle primarie del centrosinistra: prese 20mila voti, il vincitore Bruno Ferrante lo doppiò abbondantemente, ma invano. Alla prova delle urne vinse la candidata del centrodestra Letizia Moratti.

La strana coppia di sinistra non si prese per nulla: da una parte Ferrante, di professione prefetto, dall’altra Fo, autore fra l’altro di “Morte accidentale di un anarchico” dedicato alla vicenda di Pino Pinelli. Alla fine la lista Uniti con Dario Fo conquistò un seggio in consiglio comunale, il premio Nobel rinunciò e lasciò il posto a Basilio Rizzo, ambientalista, oppositore di lungo corso fin dalle giunte Pci-Psi degli anni Ottanta e futuro presidente del Consiglio comunale nell’era Pisapia. Sullo sfondo, l’eterno dibattito riproposto a ogni tornata elettorale: Dario Fo avrebbe avuto reali chance di vincere o avrebbe spaventato, con la sua veemente radicalità, il famoso elettorato moderato?

L’eterno dibattito: avrebbe avuto reali chance di vincere o avrebbe spaventato il famoso elettorato moderato?

“A Fo piaceva l’idea di fare il sindaco”, racconta Deaglio a ilfattoquotidiano.it, “aveva commissionato un sondaggio e si era consultato in famiglia. Gli esiti non erano stati incoraggianti, ma secondo me poteva vincere. Era molto radicato in città e, da premio Nobel, avrebbe potuto circondarsi di uno staff di alto livello, oltre a fare di Milano un grande polo di attrazione culturale”. Come sarebbe andata nessuno può dirlo, e comunque la sinistra perse anche quella volta, proponendo per la guida di palazzo Marino l’ex segretario della Cisl Sandro Antoniazzi, che risultò quasi doppiato dall'”amministratore di condominio” (così si definiva) Gabriele Albertini (57% contro 30%), all’epoca investito direttamente da Silvio Berlusconi e oggi senatore di Ap. Quel che è certo è che il programma di Fo del lontano 2001 resta attuale 15 anni dopo: “Radicali misure antitraffico, creazione di centri culturali internazionali, servizi e sostegno finanziario agli studenti universitari, una politica innovativa nei confronti dell’immigrazione”, sintetizzava Diario. E “la necessità di occuparsi della solitudine e della miseria delle periferie urbane”. Per quel che durò, la campagna del premio Nobel fu irrituale: al Palavobis mise in scena “Il cantico dei bronchi intasati” (che come purtroppo sanno i neogenitori milanesi, potrebbe essere riproposto oggi). Al settimanale arrivarono centinaia di adesioni, Enzo Biagi lo definì nella sua striscia serale (“Il Fatto”) un “candidato credibile”. Al’interno dei Ds milanesi, ricorda ancora Deaglio, “qualche sostenitore c’era, ma a livello nazionale nessuno lo appoggiò”. Fino al veto del segretario Veltroni, che nel giorno del lutto ha voluto ricordare “un combattente civile, una personalità della sinistra”, che “ha schierato se stesso in tante battaglie di civiltà in modo coraggioso”.

L’idea di fare il sindaco gli piaceva, aveva commissionato anche un sondaggio. Secondo me poteva vincere

L’avventura non finì lì. Nel 2006 Fo si impegnò di nuovo nella campagna elettorale. “Ascoltava e studiava”, ricorda oggi il suo compagno di strada Basilio Rizzo. “Fece moltissimi incontri con comitati e associazioni, ed era un maniaco dell’essere competente sui temi che affrontava, a partire dall’urbanistica”. Il premio Nobel  – “a proprio agio con il re di Svezia quanto con gli abitanti delle periferie abbandonate”, scriveva Diario – si concedeva senza remore: “Ricevevo molte richieste di invito, rispondevo: ‘Se glielo chiedo io magari mi dice di no, se glielo chiedete voi viene'”. Il successivo avvicinamento ai 5 Stelle, continua Rizzo, “penso sia legato al fatto che gli piacevano le cose di rottura, di contestazione totale. Per lui più c’era da partire lancia in resta, meglio era”. Non temeva affatto di spaventare gli elettori centristi, anzi: “Facemmo pure un manifesto, ‘Io non sono un moderato’. Sosteneva che al contrario ci fosse proprio bisogno di radicalità e non gli andò giù la candidatura a sinistra di un ex prefetto come Ferrante”. Quest’ultimo risultò comunque sconfitto da Letizia Moratti (47% contro 52%).

Il candidato Fo? Ascoltava e studiava. Era un maniaco dell’essere competente

Una curiosità. L’articolo di Diario sulle prime reazioni alla candidatura di Fo, il 24 novembre 2000, terminava con un’ultima ora: “L’assemblea alla Camera del Lavoro di Milano delle forze di centrosinistra e della sinistra, prevista per venerdì 24 novembre, è stata annullata. Motivo: pausa di riflessione”. Una pausa durata di fatto fino alla primavera “arancione” del 2011, quando Giuliano Pisapia strappò Palazzo Marino al centrodestra che lo guidava ininterrottamente da 18 anni. Anche Pisapia, certo molto diverso da Fo, era un outsider che si temeva potesse allontanare i moderati  milanesi, soprattutto per la “targa”di Rifondazione comunista che si portava appresso. Eppure trionfò. Un segno che forse le plurime candidature del “giullare” rosso avrebbero potuto avere miglior sorte? Non lo sapremo mai e resta la curiosità di come sarebbe stata davvero Milano governata da un teatrante geniale, autorevole e sovversivo. Osserva però Rizzo: “Pisapia ha vestito la radicalità in modo rassicurante e ha preso anche i voti dei delusi del centrodestra. Che a Dario Fo, credo, non sarebbero mai andati”.