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Brasile, l’epilogo della telenovela Dilma

L’accorato appello della presidente sotto impeachment al Senato è caduto nel vuoto, e la destituzione di Dilma Rousseff è stata confermata dopo la votazione finale, 61 voti su un minimo richiesto di 54. La ex-presidente ha però ottenuto una seconda votazione sulla sua eleggibilità nelle prossime consultazioni e l’ha vinta.

Il clima politico è surriscaldato, e le piazze si dividono tra chi grida al golpe, e chi invece esulta e chiede nuove elezioni. Il facente funzione Temer ha un mandato sostituivo che potrebbe essere prolungato fino al termine di quello presidenziale, che scade nel 2018. Il presidente della Bolivia Morales ha annunciato che ritirerà il suo ambasciatore dal Brasile.

Scandali a go-gò

Riprendono anche le indagini sulla Rousseff, riguardo l’ostruzione all’inchiesta Lava Jato che indaga sulle tangenti Petrobras ai politici. Ironia del caso, il partito più inquisito non è il suo PT, bensì quel PMDB ex alleato, saltato di corsa sul carro del suo principale antagonista, il leader dei socialdemocratici Aécio Neves. E uno dei più corrotti sembra proprio essere il principale artefice del “complotto”, il portavoce della Camera Eduardo Cunha, membro influente PMDB, espulso a maggio dal suo ruolo istituzionale per la medesima accusa. Scandali a go-gò anche riguardo ai lavori di ristrutturazione degli impianti olimpici: ben il 77% delle imprese è coinvolto in inchieste giudiziarie.

Una medaglia dalla favela non cambia il Brasile

Sebbene nelle ultime giornate il Brasile abbia vinto l’oro nei suoi sport più popolari – pallavolo, beach volley (a nostre spese) e calcio – consolazione quest’ultima (magra) dopo il fiasco dei Mondiali, il bottino finale è abbastanza deludente: 19 medaglie in una nazione di 190 milioni di tifosi, laddove l’Italia ne ha conquistate 28.

Giocare in casa ha fatto la differenza solo per le gare di squadra, dove il supporto popolare conta eccome. Eppure il trionfo della judoka Rafaela Silva, nata nella favela di Cidade De Deus a Rio, la stessa resa famosa dal film di Meirelles, in un paese normale dovrebbe essere l’oro che pesa di più. Però il Brasile è tutt’altro che normale, e le favelas hanno avuto ben poco da festeggiare, in quei giorni di lustrini e sparatorie. Se fossimo in un film di Frank Capra, la favola vissuta da Rafaela sfoggerebbe un happy end di valenza collettiva, e nella “City of God” quel giorno tutti avrebbero danzato e mangiato a quattro palmenti. Invece, proprio quel giorno, l’8 agosto, e successivi, sono stati teatro di feroci sparatorie tra polizia e narcotrafficanti. Tra i caduti, come al solito, poveri moradores de la rua, gli abitanti della strada, consuete vittime del fuoco incrociato. Una medaglia di piombo, cornice macabra a quella di metallo più pregiato che l’Olimpo degli Dei sportivi celebrava in contemporanea con i lustrini delle premiazioni.

Perché a Rio la vita è meravigliosa solo per quel 25% della popolazione, rigorosamente di carnagione pallida, che può permettersi il lusso di pagare un biglietto da 1000 reais per un ingresso tudo incluído, quando il salario medio di un operaio pardo ou preto oscilla da 850 a 900 reais, che adesso con il cambio a 3,4 fanno circa 260 Euro. E ovviamente lo è per i turisti, che possono provare anche il brivido tanto figo di un “favela-tour”; in questo periodo si sono moltiplicati come funghi i sensali che promuovono tale diversivo per far ammirare i graffiti geniali degli artisti poveri, e, perché no, gustare un puta-tour che in questi casi si abbina alla grande, con qualche striscia di coca, preferibile alla maconha (marijuana) che in Brasile è di scarsa qualità e fa poco trendy.

Un recente rapporto di Anistia Internacional, la costola brasiliana di Amnesty che qui opera bene a differenza di altre succursali nelle Americhe, ha messo in luce la preoccupante escalation della Bope (Batalhão de operações policiais especiais, ovvero Battaglione per le operazioni speciali di polizia, gruppo di intervento speciale della Polícia Militar di Rio de Janeiro specializzato nell’effettuare incursioni sul territorio delle favelas ed in altre zone ad alto rischio, ndr), e polizia in genere, a livello di esecuzioni e omicidi collaterali. Durante i Mondiali ’14 580 persone uccise a Rio, salite a 645 nel 2015. Le cifre del 2016 non sono state ancora rese note, ma tra luglio e agosto sembra che ci siano state almeno un centinaio di vittime, soprattutto nelle favelas di Rocinha e Marè, e una dozzina circa i militari caduti. Le pulizie etniche nei confronti dei Meninos de rua, i bambini che costituiscono la carne da cannone delle gang, ritornano a essere cruente, stile anni ’70.

La città di Dio

Alla fine del film “City of God”, la morte violenta falcia quasi tutti i protagonisti, buoni, brutti e cattivi. Si salva solo Buscapè, il ragazzino più nero di tutti, che con le sue foto scattate alle milizie narco armate fino ai denti, si conquista una notorietà che lo porta a lavorare in pianta stabile all’interno delle redazioni principali di Rio.

Il film, ambientato nei bui anni della dittatura militare, fu girato nel 2002, l’anno delle presidenziali vinte, con il 46% dei votanti a favore, da Lula da Silva, che da lì a breve avrebbe portato cambiamenti epocali nel paese, dando per la prima volta voce agli excluidos, gli emarginati del proletariato urbano, composti in maggioranza da neri e mulatti. Allora, la favola a lieto fine di Buscapè aveva un senso compiuto, le prospettive di un nuovo corso concretizzate da robusti programmi sociali quali Bolsa Familia e Fome Zero.

Il reato vero della Rousseff non è quello relativo ai bilanci truccati o alla corruzione, che nei suoi confronti non è stata mai accertata, bensì aver mantenuto un assistenzialismo fine a se stesso, utilizzato per racimolare consenso elettorale, invece di trasformarlo in formazione professionale e posti di lavoro qualificati e meglio retribuiti. Così facendo, la Presidenta ha favorito al contrario precariato malpagato, disoccupazione giovanile che oggi è al 40%, e soprattutto rancori di classe dei settori medi, oggi fortemente indebitati, che vedono in tali programmi la causa della scarsa produttività e svogliatezza della manodopera. Il liberismo che impera favorendo la casta legata a Neves, con scuola e sanità private dai costi stellari per pochi “eletti”, la corruzione e le purghe poliziesche nei ghetti, sono i frutti avvelenati di questa strategia suicida.

(Le foto nelle favelas sono state scattate dall’autore)