Trash-Chic

Trash-chic, Ivo Pitanguy è diventato vip grazie ai rich and famous. Ma il suo 11° comandamento era: “Re di quello che ho lasciato”

Ha aspettato la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi nella sua Rio de Janeiro. La mano era tremolante, ma lo sguardo era fiero. L’incedere della sedia a rotelle era lento, ma la presa della torcia della fiamma olimpica era salda. Nello stadio un’ovazione per Ivo Pitanguy, per oltre mezzo secolo il numero uno incontrastato della chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica, un fenomeno al di là di tutte le mode. Era tutto per lui l’abbraccio in mondovisione dei suoi tifosi. L’ultima stretta del suo pubblico. È arrivato a casa e si è accasciato, forse il cuore non ha retto a un’emozione così grande. O semplicemente si è spento come un lumicino, a 93 anni, una vita all’apice. Fra tutti i messaggi di addio, mi ha colpito quello dello scrittore Paulo Coelho : “Dio adorerà la tua compagnia”.

Lo conoscevo benino, eravamo vicini di casa in Svizzera. È stravero: Ivo era un uomo di piacevolissima conversazione, parlava in cinque lingue, fra cui l’italiano. L’ho incontrato l’ultima volta l’anno scorso a casa sua per un tè. Altro che vecchietto rimbambito, vispo, arzillo e carismatico, smanettava sul suo iPhone con l’abilità di un ragazzino. Vestito in jogging grigio e Hogan nere. Per tenersi in forma faceva tutti i giorni esercizi con pesi leggeri e con elastici. Me ne allunga uno e mi mostra il suo piccolo antidoto contro l’impietosa legge di gravità. Quella che lo ha reso miliardario: se tutto scende (facce, colli, tette e sederi), lui li tira su. “Non faccio la correzione dell’anagrafe. Cerco solo di riposizionare i lineamenti del viso. Di trovare una via di mezzo armoniosa fra la giovinezza e la maturità. Perché una persona allo specchio si veda con più simpatia…”, diceva.

Lo chiamano il “Michelangelo del bisturi”. È l’unico chirurgo al mondo per il quale i francesi hanno coniato il termine ‘pitanguiser’ (pitanguizzare). Il solo ad aver ispirato negli Stati Uniti una serie televisiva di grande successo, Nip/Tuck. Si avvicina e mi fa tastare un bicipite, duretto, quasi, come marmo. “Dunque, è questo il segreto di Ivo?”. Sorride: “Sono sempre stato uno sportivo, cintura nera di karatè, nuotatore, tennista, sciatore”.

Una delle ultime lezioni all’Accademia di Medicina di Rio è stata “mantenere la dignità del corpo durante il processo d’invecchiamento”. L’argomento è un evergreen e per questo era stato invitato anche da Francesco Canonaco, direttore della Beauty Farm del Capri Palace. Il destino ha deciso diversamente.

L’età, diceva il maestro, è relativa: gli consente solo di approfondire di più il concetto di bellezza dal punto di vista filosofico. Quando gli ho chiesto di definirla, ha risposto: “È trascendentale. Non la si può spiegare. E quando ci provi, lei scappa”. E poi aggiungeva: “La vera bellezza è più profonda dell’epidermide”. Ricevuto tre volte dal Papa, nel 1989 Giovanni Paolo II gli ha conferito il premio Cultura per la Pace per aver operato bambini malformati della Croce Rossa. Ivo incominciò la sua carriera proprio ricostruendo gli arti dei mutilati della seconda guerra mondiale. E nell’ospedale pubblico di Santa Casa da Misericórdia di Rio opera ancora gratis i poveri delle favelas.

Nella sua scuola della clinica di Rio, che porta il suo nome, ha formato oltre 600 chirurghi dopo tre anni di formazione per apprendere prima la chirurgia riparatrice, poi quella estetica.
Duemilacinquecento conferenze in giro per le Università di mezzo mondo, da Harvard alla Sorbonne, dal 2000 in poi sono state tutte digitalizzate; novecento (ci teneva sempre a precisare) pubblicazioni scientifiche, una quarantina di libri tradotti in tutte le lingue.
Aveva sul comodino “E disse” di Erri De Luca (Feltrinelli), una rilettura dei Dieci comandamenti. L’undicesimo comandamento di Ivo è ricamato su un cuscino sotto la figura del re di spada: “Re di quello che ho lasciato”.
Twitter@januariapiromal