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Stragi, continuando a decostruire l’orrore (sulla scia di Bergoglio)

Mentre il nuovo stragismo va diventando endemico, al pervicace laicista crea qualche imbarazzo dover ammettere che – nel gracidare di governanti in posa gladiatoria – spicca per intelligenza dell’effettiva natura degli accadimenti il ragionamento di papa Bergoglio; il quale rifiuta il refrain stereotipato “guerra di religione”. Ossia un’analisi lucidamente controcorrente; tra l’altro, dimostrazione che i gesuiti coltivano ancora una capacità smarrita dalla politica laica: saper selezionare quadri dirigenti di livello.

Tornando al tema, sono consapevole che nel sito già altri sono intervenuti in senso critico sul crescendo insanguinato di questi ultimi tempi; da Nizza a Monaco di Baviera, ora Rouen. E ho letto una pletora di commenti risentiti da parte dei cultori delle certezze rassicuranti; gli “armiamoci e partite” per una nuova Lepanto.

Ritorno sul tema per offrire qualche ulteriore spunto decostruttivo; nell’intento di riposizionare nelle sue reali coordinate un fenomeno su cui si sono sovrapposte rappresentazioni in larga misura strumentali, rendendolo inintelleggibile. E ormai dovrebbero essere a tutti chiari i rischi che si corrono sbagliando analisi; di conseguenza, inquadrando nel mirino falsi bersagli. Iraq docet.

Lo faccio sperando di mettere utilmente a frutto la decina di anni che la mia vita spettinata ha trascorso nel mondo arabo. Il tutto tradotto in tre questioni.

Prima questione: bliz Is o patologia imitativa? A mio parere questa scia di sangue, ormai torrenziale, andrebbe analizzata come una drammatica insorgenza sociale; non un susseguirsi di episodi bellici. Dunque, effetto di una rabbia montante, magari con originarie motivazioni trasformatesi in aberranti manifestazioni di irrazionalità, che trova la sua sceneggiatura-guida nel plot mediatizzato dello jihadismo: una serie di azioni ripetitive dello schema accreditante. Che, nella misura in cui lo ripetono, aumentano il tasso di demenzialità nella messa in scena. Ma un fenomeno già conosciuto in passato. Ricordate il periodo in cui giovani balordi replicavano la gag mortifera del lancio di pietre dai cavalcavia autostradali? Chi è più anziano non scorda l’assassinio del giornalista Walter Tobagi, ad opera di ragazzetti della Milano-bene che giocavano alla rivoluzione. Orrore cretino che non si sconfigge con militarizzazioni o repressioni; bensì agendo sui contesti che gli fanno da incubatore mediante svariate azioni terapeutiche (sia ambientali che comunicative: bonificare le “risaie mentali e materiali” in cui sguazzano i pesci stragisti).

Seconda questione: il ruolo della religione come distorsione ottica. Autorevoli analisi sul campo confermano che tale “orrore cretino” è figlio di una sincope della modernità globalizzata, non un effetto di improbabili regressioni al medioevo. Le recrudescenze fondamentalistiche non sono il segno di una ri-mobilitazione del religioso, bensì l’adozione dell’unico linguaggio a disposizione del risentimento, da parte  di personalità disturbate ma secolarizzate (come dimostrano le loro biografie di non-praticanti la religione coranica).

Terza questione: l’Islam nel suo controverso rapporto con l’Occidente. Qui entra in gioco quanto il sociologo libanese Samir Kassir definiva “l’infelicità araba”, ossia il senso di frustrazione, radicato nell’immaginario collettivo di oltre un miliardo di persone, davanti allo spettacolo dell’Occidente vincitore in permanenza. Con il contestuale “senso di impotenza che si alimenta di un lutto non elaborato”. Mentre altre aree geografiche (Far East in testa) evidenziano maggiore capacità di inserirsi nel corso globalizzato. Inoltre l’Occidente promuove una (pur parziale) integrazione tra generi inaccettabile per il patriarcato radicale di matrice islamica. Sicché l’ipotetico soggetto “Islam moderato” (filo occidentale) risulta piuttosto illusorio.

Dunque che fare? Negli spazi limitati di un post la risposta non può essere che una: entrare nell’ordine di idee che tutte le tre questioni reclamano un unico approccio. Quello politico. Ad oggi desaparecido.