Zonaeuro

Banche, attenti risparmiatori! Contro il ‘Too bad to fail’ le soluzioni sono oscene

I diktat della direttiva europea Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive, del 2014) e la pasticciata gestione assunta in conseguenza dal nostro governo per intervenire sulle banche considerate a rischio default, hanno portato ad una situazione che di fatto trasforma il famoso assunto del “Too big to fail” (troppo grande per fallire) sulle banche in crisi al più ampio “Too bad to fail” (troppo brutta per fallire).

Occorre dire che il “Too big to fail” valeva solo sulle mega-banche americane di interesse nazionale, ma ai livelli inferiori le banche che hanno chiuso i battenti prima, dopo e durante la Grande Recessione sono state migliaia, e comunque anche una grande banca (la Lehman Brothers) è stata indotta a dichiarare fallimento prima di attivare il salvataggio delle altre big ad evitare un crash stile 1929.

In Italia (e in Europa) si attivano invece delle procedure di risanamento preventivo che, invece di intervenire con il commissariamento sulle banche (medie e piccole) che si sono già mangiate il capitale proprio, attuano fantasiosi progetti finanziari che hanno nell’etichetta la volontà di evitare il crollo della banca nei momenti difficili, ma nella realtà creano solo maggiore tensione sul titolo e allargano il rischio di perdite sul capitale investito (responsabilità classica dei soci) ai risparmiatori sottoscrittori di obbligazioni e persino ai correntisti in una estensione di responsabilità che, giustamente, comporta seri rischi di incostituzionalità oltre che, naturalmente, di severa ingiustizia e discriminazione sociale, perché non è possibile non vedere che, nella maggior parte dei casi, i risparmiatori sono solo vittime inconsapevoli della mala-gestione della banca e non possono in alcun modo, in uno Stato di Diritto, essere coinvolti nelle malversazioni e nello sciacallaggio di certi banchieri, che dovrebbero invece pagare con la galera immediata le loro amministrazioni spregiudicate.

Hanno cominciato nel 2013 in America con gli “Stress Test”, una specie di esame sulla consistenza patrimoniale e finanziaria delle banche che obbliga le grandi banche considerate a rischio a provvedere in tempi rapidi a risolvere autonomamente la situazione o vedersi commissariata dalla Federal Reserve. L’Europa ha subito copiato a modo suo con parametri più accomodanti ad evitare che le grandi banche tedesche, spagnole e inglesi uscissero malconce dall’esame.

Il fatto è però che, pur riconoscendo l’utilità del test a setacciare le situazioni più gravi, lo scopo dichiarato di evitare il tracollo nel caso di una nuova “Grande Recessione” non sta in piedi. Pensare che queste riforme e questi test possano bastare a salvare il sistema in caso si verificasse un crollo finanziario globale è pura illusione. Solo l’intervento degli Stati potrà sperare di tenere a galla il sistema.

In America si sono però fermati lì, chi non si mette in riga passa nel “tritacarne” del controllo federale e, se non basta, chiude i battenti. In Europa invece è un fiorire di proposte quasi oscene spacciate per strumenti finanziari atti al riequilibrio finanziario delle banche in difficoltà (vedasi su l’Espresso n.29 del 21-07-2016 maggiori dettagli):

Bail-in – Quando la capitalizzazione della banca è inferiore ai parametri stabiliti negli stress-test serve ad evitare un coinvolgimento di denaro pubblico (ovvero di soldi dei contribuenti) in caso di nuova recessione. Esso obbliga perciò la banca a ricapitalizzarsi per rientrare nei parametri stabiliti anche espropriando in tutto o in parte del loro investimento gli obbligazionisti e persino i correntisti (aziende) con deposito superiore ai 100.000 euro.

Gacs (garanzia cartolarizzazione sofferenze) – Serve a smaltire progressivamente i crediti deteriorati. In realtà non è altro che una cessione del credito (inesigibile) ad una società specializzata nel recupero crediti. Queste società acquistano, scontati fino al 70-80% i crediti deteriorati, li cartolarizzano in tre nuovi prodotti finanziari a diverso livello di rischio e di rendimento e li immettono nel mercato (vendendoli quindi a nuovi investitori raramente consapevoli di cosa si tratta). Le banche però malgradiscono questa formula perché a bilancio, pur riducendosi il parametro dei crediti a rischio, si evidenzierebbe ancor più la loro debolezza patrimoniale.

Bad Bank – E’ la creazione ad hoc, da parte dello Stato, di una banca avente semplicemente lo scopo di raccogliere le sofferenze (crediti incagliati e inesigibili) delle banche che necessitano ricapitalizzazione. Ma questa soluzione si scontra con la direttiva europea che impedisce l’intervento dello Stato per il salvataggio delle banche in crisi, quindi il nostro governo, salvo casi molto particolari, non la può fare. In ogni caso, anche senza la direttiva europea, la “bad bank” avrebbe di fatto assorbito le perdite su crediti della banca originaria trasferendole allo Stato. Vero che la banca originaria sarebbe stata risanata ma il costo sarebbe ricaduto per intero sulla fiscalità generale, ovvero noi contribuenti.

Fondo Atlante – E’ un fondo costituito prevalentemente da banche nazionali e da altri soggetti finanziari privati (Cassa Depositi e Prestiti, Poste ecc.) avente lo scopo di partecipare agli aumenti di capitale delle banche in crisi e di acquistare (come sempre a prezzo di realizzo) i crediti cosiddetti incagliati delle banche così da restituire alle stesse nuovi livelli di operatività. Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono stati al centro dei primi due interventi finanziari del fondo che ora è l’azionista di controllo di entrambe le banche ma ha praticamente già esaurito la sua disponibilità finanziaria.  Data l’indisponibilità del Fondo Atlante ad aumentare il proprio capitale per rendersi disponibile a nuovi interventi, il governo sta pensando alla costituzione di un Fondo Atlante 2 nel quale entrerebbero anche banche estere (Chase Bank, Goldman Sachs, ecc.). Questa ipotesi spalancherebbe di fatto la porta alla speculazione internazionale sul nostro sistema creditizio (ovvero lo stesso errore che già fece circa 10 anni fa la Grecia mettendosi la corda al collo).

La sostanza di tutta questa manfrina è però che, per evitare il rischio che il costo del dissesto di qualche banca potesse ricadere sui contribuenti nel caso di gravi crisi economiche (direttiva Europea Brrd), si finisce col caricarlo immediatamente, attraverso questi strumenti finanziari, sulle spalle di incolpevoli risparmiatori che ovviamente, ammesso che abbiano conservato un risparmio residuo e già scottati dalle varie direttive Europee, vedrebbero come un’occasione le offerte dei nuovi soggetti esteri globalizzati che offrono prodotti finanziari a più alto rendimento (senza presumibilmente conoscere la vera natura dei titoli cartolarizzati e i vincoli sottoscritti nel frattempo dallo Stato Italiano).

Morale: la speculazione internazionale si sta già leccando i baffi!