Società

Lavorare nel no profit e nelle ong, come scegliere il proprio percorso professionale

Rispondo alle domande di diversi lettori su “Come faccio a sapere se sono adatto?” o “Data la mia esperienza pregressa, qual è il percorso più indicato per me?”, all’interno della campagna #Working4SocialChange promossa dalla Scuola che dirigo. Segnalo che entro il 31 agosto è possibile prenotare gratuitamente un colloquio di valutazione del potenziale con manager di Ong e human resources management di settore che collaborano alla campagna. La campagna è finalizzata allo sforzo di reclutare persone di valore da formare e introdurre nel settore, anche mediante borse di studio ed agevolazioni finanziarie. Coinvolge anche gli Hrm del settore in un confronto-dibattito su ‘Blog4Change’.

Primo passo: conoscere i profili professionali più ricercati dal settore; li abbiamo pubblicati sul sito di Alma Laurea (il consorzio interuniversitario nostro partner da molti anni) e aggiornatissimi sul nostro sito.

Secondo passo: rendersi conto dell’offerta quantitativa e qualitativa del mercato del lavoro e delle modalità di ricerca del personale delle Ong, anche dando un’occhiata ai dati di una ricerca da noi recentemente pubblicata anche su questo Blog: “Lavoro nelle ONG: dove cercarlo e come trovarlo”.

Terzo: valutazione del proprio potenziale. Alcune premesse e miti da sfatare:

– Gli aspetti caratteriali (soft skills o competenze trasversali) sono tanto importanti quanto quelle ‘hard/tecniche’ soprattutto per i profili junior (fino ai 30) ma lo rimangono anche per gli over 50.

– Il requisito minimo di esperienza non è sempre così vincolante ma si valuta anche se il candidato ha svolto incarichi simili e può “trasferire” le competenze, o quanto sia sveglio e in grado di adattarsi rapidamente ad un nuovo contesto.

Cv studiorum: non c’è una laurea di provenienza. Certo, per chi ambisce a fundraising e comunicazione, venire da un ambito marketing, management, comunicazione, è ottimale, anche come over 50. Per chi vuole lavorare nel project management della cooperazione allo sviluppo, venire da economia e ingegneria può dare maggiore “solidità” gestionale rispetto a chi viene da scienze politiche. Per chi ambisce a lavorare nell’umanitario idem, mettiamoci anche business administration, management in generale, logistica.

Quarto. Pre-requisiti:

Lingue: Inglese B2-C1 più altra lingua, nell’ambito della cooperazione la più gradita è il francese. Se non le avete, buona estate di studio.

Volontariato: a meno che non vi siate illuminati sulla via di Damasco (ad es. dopo un viaggio in Africa dove avete scoperto i bambini poveri) la vostra propensione sociale era già stata messa in campo: scoutismo, partecipazione politica o culturale, parrocchia, insegnamento lingua agli immigrati, circolo di amici impegnati. Se ambite alla cooperazione internazionale è meglio se il volontariato fatto all’estero, “sul campo”. Come Ong, dobbiamo sapere anche se avete nervi saldi in situazioni complesse e spesso belle ma scomode.

Età: La scuola ammette tranquillamente corsisti over 50, l’età non è un problema in sé, ma l’importante è capire se c’è una possibile continuità tra quello che avete fatto fino a ora e quello che andrete a fare, portarsi dietro delle competenze (es. dal settore marketing e comunicazione al fundraising). Poi, se il 50enne è uno sfiduciato, trombato sul lavoro e incattivito,con energia scarsa e magari negativa, mi spiace ma non fa per noi.

Motivazione e sogno: se non avete il sogno di migliorare le condizioni di vita locali o internazionali, e una forte determinazione a farlo, state bene dove state, etc. allora non è il lavoro che fa per voi. Servono sognatori, concreti e determinati. Di mediocri nel settore ce ne sono già abbastanza, tra i manager innanzitutto.

Concretezza e adattamento: a costo di essere politicamente scorretto, non credo che essere vegano sia ottimale per lavorare sul campo, nell’emergenza umanitaria, ma posso sbagliarm Scherzi a parte, adattamento vuol dire sia gestire le scomodità, ma soprattutto adattabilità interculturale. Ad es. il nostro concetto di time management è molto diverso da quello degli africani o anche dei brasiliani. Capire le sensibilità senza perdere la propria, è fondamentale. Concretezza vuol dire anche saper camminare, come dico spesso, “tra il piano dei sogni e il piano dei conti”, saper fare la rendicontazione dei progetti, monitoraggio e valutazione, analisi dei risultati ottenuti.

Formazione: ovviamente! Anche per chi già viene dal nonprofit.

Quinto. Come facciamo la valutazione vera e propria del potenziale:

Nel colloquio di counselling, che dura circa un’ora, con i colleghi andiamo a verificare la coerenza tra varie dimensioni: Cv studiorum, esperienza pregressa/attuale, volontariato-motivazione-sogno, punti di forza e aree di miglioramento rispetto a profilo professionale ipotizzato. Ci deve essere una discreta coerenza nella maggioranza (non tutte) delle dimensioni citate. Si costruisce con la persona la cosiddetta swot analysis personale (cioè analisi dei punti di forza, debolezza, minaccia e opportunità personali), e il valutatore (che, ripeto, viene dall’ambito ONG /non profit) sulla base di una esperienza decennale, è in grado di valutare se la persona è adatta o meno. Insomma, se non avete smesso di sognare un futuro diverso per voi e per gli altri, allora coraggio!

NB. Per i lettori che sono interessati al colloquio, e che vogliono approfittare della campagna in corso scrivere alla Scuola o prenotarsi direttamente compilando il form di richiesta di colloquio. Per approfondire i temi del lavoro nel non profit vedi anche Blog4Change e i miei post precedenti su questo blog.