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Ue: l’onestà non basta, qui ci vuole responsabilità politica

Una considerazione d’ordine generale, per l’ennesima volta tratta dalle recenti vicende del Regno Unito. Mentre la sommatoria di ingenuità e risentimenti interpretava a botta calda la vittoria dell’exit nel ben noto referendum come ipotetico trionfo della volontà popolare, non solo contro l’attuale corso (certamente deprecabile) dell’Unione europea, ma anche degli umili sui potenti o delle patrie sugli odiati progetti sovranazionali. Un’analisi meno emotiva diceva ben altro: trattasi di un azzardo della politica politicante d’Oltremanica come regolamento di conti tra personalismi, nella più assoluta indifferenza ai reali interessi dei propri concittadini (lo scontro reciprocamente mortale per Downing Street tra gli Eteocle e Polinice britannici, Cameron e Johnson; le ubbie pauperistiche retrò di Corbyn).

Simmetricamente, quanto ora sta avvenendo sul fronte continentale ha ben poco da spartire con un serio ripensamento dello stato dell’Unione per il rilancio di venerandi progetti; visto che si riduce a personali riposizionamenti di influenza nel concerto di Bruxelles. Al massimo l’accaparramento spartitorio delle spoglie, nella transumanza verso le piazze di Parigi e Francoforte dei grandi operatori finanziari internazionali, in fuga da una City che ha perso l’appeal di gate per i mercati continentali.

Ancora una volta niente di quanto viene dichiarato dalle leadership conserva una qualche attinenza con la realtà.

Da qui la morale, per quanti si candidano a sloggiare l’ultimo dei politici politicanti di matrice catto-populista, Matteo Renzi, da Palazzo Chigi: più ancora che il generico prerequisito dell’onestà, una politica rinnovata alla radice necessita del requisito della responsabilità. Responsabilità politica, ossia la primazia accordata agli interessi generali, combinata con la capacità di intravvedere lucidamente le conseguenze delle proprie strategie e il rigore nel rendicontarle (nonché la prontezza nel farsi carico delle conseguenze, nel bene come nel male). Un mix di competenze e di indifferenza al proprio specifico tornaconto. Pura poesia senza attinenze con la realtà? Antiche testimonianze attestano che quello era il profilo della destra storica cavouriana, che fece l’Italia. Dunque, un esempio concreto a cui ispirarsi; la cui negazione ignorante attesta la tesi perniciosa che la questione morale è solo chiacchiera. L’ennesimo alibi per professional in carriera, avidi quanto incolti.

Ma anche un tema assolutamente rimosso, come mi hanno insegnato antiche frequentazioni nella politica attiva. E qui non si tratta di faccende individuali, per cui l’argomento si chiuderebbe affermando che “ci sono anche politici perbene” (qualcuno l’ho incontrato pure io, di solito condannato alla marginalizzazione). Non è questo il problema. Se l’irresponsabilità politica è sistemica, la questione non può che essere sistemica. Ossia il contesto generale in cui si sviluppano le carriere, un ambientino caratterizzato da consistenti privilegi posizionali (il potere tradotto in soldi e benefit anche non monetari) e da un’assoluta incontrollabilità dell’agire pubblico. Nel caso italiano, fenomeno acuito dal fatto che qui da noi i meccanismi di ricambio nel ceto politico (con gli effetti di controllo e relativa deterrenza per i comportamenti irresponsabili/perversi) non funzionano da tempi immemorabili.

Al di là delle fantasmagoriche produzioni programmatiche (come si diceva, per lo più “libri dei sogni”), la questione primaria è la qualità umana. Senso del proprio compito e carattere. Il tipo che gli spagnoli chiamano hombre vertical. E l’attuale panorama opportunista e cinico offre ben poco di incoraggiante.

Mentre chi scrive coltiva l’attesa di un avvio nello sblocco del quadro politico, mantiene un atteggiamento comunque critico, avendo difficoltà a individuare un ricambio genetico nelle spine dorsali di caucciù di chi popola la scena pubblica.