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Wimbledon 2016. Servono bene, regalano volée e spettacolo. Sono gli “erbivori”: una razza di tennisti in via di estinzione

Il torneo di Londra è da sempre il regno di questi specialisti del prato verde. Ma anche qui ormai fanno fatica, cacciati dai campioni del tennis muscolare, dominanti sull'erba spelacchiata che assomiglia sempre più alla terra battuta. I tre migliori della storia sono sicuramente John McEnroe, Pete Sampras e Roger Federer

Servono bene, si attaccano alla rete, regalano volée e spettacolo. È la razza degli “erbivori“, tennisti unici nel loro genere, specialisti dei prati verdi. Passano quasi in letargo tutta la stagione, si risvegliano a inizio giugno per arrivare pronti a Wimbledon. Questo è da sempre il loro regno, almeno dal 1988, da quando l’Australian Open si è convertito al cemento e i Championships sono rimasti l’unico Slam in erba. Ma pure qui ormai fanno fatica, cacciati dai campioni del tennis muscolare, dominanti sull’erba spelacchiata che assomiglia sempre più alla terra battuta.

La storia di Wimbledon ha conosciuto dei fuoriclasse assoluti, capaci di dominare per anni il torneo più bello e affascinante del mondo. Tre in particolare: John McEnroe, Pete Sampras e Roger Federer. L’erba è sempre stata casa loro. Ma non perché fossero degli specialisti in senso stretto: campioni assoluti, hanno vinto praticamente ovunque (a Sampras è sfuggito solo il Roland Garros, Federer ha trionfato pure a Parigi). Dotati di un talento fuori dal comune, sull’erba erano (lo svizzero lo è tuttora) ancora più forti che altrove, su una superficie che esalta la tecnica. Ma i veri erbivori sono altri: quei giocatori che negli altri tornei sono solo “normali”, ma in quel mese sul verde possono battere chiunque.

Il più famoso di tutti, probabilmente, è stato Tim Henman: il gentleman di Oxford, cresciuto a pane e serve&volley, ribattezzato dai suoi fan “Timbledon” perché avrebbe dovuto riportare a casa il torneo che mancava all’Inghilterra dai tempi di Fred Perry. Ingrato compito che lo ha sempre schiacciato, e che sarebbe stato poi assolto solo da Andy Murray. Ma il destino, che gli ha riservato troppe delusioni, non gli ha impedito di regalare spettacolo a Londra, dove ha raggiunto ben quattro semifinali (mentre ben più sporadici i risultati negli altri Major). È riuscito invece a coronare il suo sogno, a carriera praticamente finita, Goran Ivanisevic, protagonista della vittoria più sorprendente di sempre nel 2001 (addirittura da wild-card): c’è stato un periodo negli anni Novanta che lui, esponente soprattutto del serve più che del volley, sembrava davvero imbattibile sull’erba.

Il passato è pieno di giocatori simili a loro, di livello più o meno alto: gli australiani Pat Rafter e Mark Philippousis, gli statunitensi Mardy Fish e Taylor Dent, gli olandesi Richard Krajicek (altro vincitore a sorpresa nel ’96) e Sjeng Schalken, ma scendendo di categoria anche il finlandese Jarko Nieminen o il bielorusso Maks Mirny. Da qualche anno, però, le cose stanno cambiando. L’erba viene tagliata molto più alta e rallenta la palla, le partite si sono moltiplicate e rovinano i campi che dopo la prima settimana diventano quasi in terra, i nuovi materiali perdonano sempre di più le imperfezioni tecniche. Il serve&volley, insomma, è sempre meno efficace. E di conseguenza sempre meno praticato. Anche sul verde, ormai, si gioca a pallate dal fondo, come altrove. Le vittorie di Nadal, o dello stesso Djokovic, testimoniano un appiattimento rispetto alle altre superfici.

Così gli specialisti stanno scomparendo, insieme al tennis da loro predicato. Qualcuno è riuscito a stupire anche di recente. Nel 2013 Sergiy Stakhovsky, ucraino famoso per il suo serve&volley d’altri tempi e le sue dichiarazioni sessiste (“Nell’Atp non esistono gay e la metà delle donne sono lesbiche. Non manderei mai mia figlia a giocare a tennis”), riuscì ad eliminare Roger Federer al secondo turno, in quella che resta forse la più grande sorpresa a Londra negli anni Duemila. Nel 2015 Dustin Brown, il rasta-man di colore tedesco per cui ogni partita è uno show sotto rete, ha eliminato con merito Nadal. Ma sono solo sporadiche eccezioni. A Wimbledon 2016 quasi tutti gli esponenti, da Gilles Muller a Philippe Kohlschreiber, dal vecchio Stepanek allo stesso Stakhovsky, sono andati fuori subito. In corsa ci sono ancora giusto Feliciano Lopez, o Nicolas Mahut (protagonista nel 2010 del match più lungo della storia, durato oltre 11 ore), o Dustin Brown, atteso da un secondo turno forse proibitivo contro Kyrgios. Poi resta un folto gruppo di grandi battitori, che interpretano l’erba come occasione migliore per sfornare ace a raffica, e qualche volta – se proprio devono – scendere anche a rete. I vari Raonic, Tsonga, Isner, Anderson, Karlovic. L’evoluzione della razza degli specialisti. Ma la nobile arte del serve&volley era diversa. Salvate gli “erbivori” (e l’erba di Wimbledon). Una specie in via d’estinzione.

Twitter: @lVendemiale