Cinema

Amore, sesso e perversioni 2.0 secondo il cinema di Spagna e Giappone

Inizia l’estate, tempo di nuovi amori o vecchie relazioni da rinfrescare. Paco León e Hiroki Ryuichi arrivano in sala con due commedie su amore e sesso che infilano situazioni estreme e fantasie assortite come fossero due grigliate di spiedini all’aperto: una spagnola, l’altra giapponese

Sonnofilia, dendrofilia, arpaxofilia. Se queste parole non vi dicono nulla o quasi non disperate. Ci pensa Paco León con il suo Kiki e i segreti del sesso, in sala dal 23 giugno. Il regista di Siviglia, evitando quelle violente, passa in rassegna le perversioni più sconosciute e impensabili in un piccolo caleidoscopio di personaggi positivi alla ricerca dell’appagamento con il partner, quando non alla ricerca di uno nuovo. “È una commedia dove il sesso viene trattato in maniera originale, spregiudicata, divertente e romantica, perché credo fermamente che il sesso continui ad essere il miglior modo di fare l’amore”. Ha detto, tanto che interpreta un maritino in cerca di nuovi stimoli con la moglie. Li troverà? Eh, se li troverà!

Paure e insicurezze (tra le lenzuola sarebbe riduttivo) si bagnano dei colori più vivaci del cinema spagnolo. Le spiegazioni didascaliche allestite per ogni character dalla sua perversione o inclinazione mettono in luce tante “novità” sul sesso 2.0 raccontando mini storie succose e divertenti che da buon cliché da commedia confluiranno coralmente verso il finale. Quale finale? Al cinema e nel sesso è tabù. Tenero invece, e senza giudizi come grida il marketing questo terzo film del regista lo è certamente.

Come più o meno è il contrario del mondo reale. Kiki si piazza come favola di sentimenti feromonici e ambisce innocenza sguazzando nel peccato. Certo il format sarebbe perfetto per un remake italiano: tanti personaggi/attori, storie incrociate, sesso, commedia e buoni sentimenti. Per pescarne giusto uno, proprio la parte di León sarebbe perfetta per un Luca Bizzarri, anche se nei casi di remake si tende a mischiare le carte. Picchi estetici del film? I meravigliosi titoli di testa in stile serie tv e la musica su una scena “a tre”: citazione di quei sound gustosi alla Trovajoli che definirono la commedia sexy all’italiana.

E in Giappone, vi starete certamente chiedendo, come lo fanno? Ci risponde Hiroki Ryuichi con il suo Tokyo Love Hotel, in uscita il 30 giugno. In Europa un albergo a ore verrebbe narrato come un sacello di soggetti borderline. Invece in Giappone, con la prostituzione legale e una sua working class, l’energico regista indie venuto dal pinku eiga (il softcore nipponico) ci conduce nel dedalo aperto H 24 di un albergo dell’amore. Storie di tradimenti, latitanze, piccole e grandi umiliazioni, perversioni che fanno sorridere noi occidentali, erotismi da polsi legati e creme varie brulicano senza troppa perdizione ma con una certa levità tra le storie dei caratteri che affittano le stanze, o che lavorano nell’hotel.

Il gusto voyeuristico della regia viene a galla nelle prolungate scene di sesso o di pianto, i pochi primi piani e in fin dei conti da una durata sterminata di 2 ore e un quarto. Scorrevoli sì, ma non troppo necessarie ai fini emozionali che sbocciano comunque, con un naturalismo degli eventi che sostituisce i più occidentali colpi di scena o gran finali. Insomma, il ritmo è zen. Pur con l’ultima scena dopo i titoli di coda. Si parla di crisi esistenziali, di sogni, progetti futuri e pericolose fughe dal passato. Tutto all’ombra di Fukushima e Tzunami, citati come macchie contemporanee in maniera lucida. Mentre per il cinema nostrano tabù simili di dolore sociale che possono essere mafia e mala gestione pubblica vengono più spesso trattati con toni sensazionalisti o alla moda, cinicamente sguaiati o, al massimo, di denuncia. Diciamo che questo esempio di cinema dalle radici zen quotidianizza forti emozioni e sofferenze umane senza banalizzarle.

La “partitura alla Altman” invocata per il lancio pubblicitario dal distributore Tucker forse è un po’ avventurosa, ma di certo ci si trova di fronte a un film antropologicamente illuminante, di scoperta culturale. Sempre con le dovute limitazioni imposte da necessarie riduzioni e rielaborazioni. “Tutto è cultura”, spiegava Andrea Camilleri a Renzo Arbore al Massenzio di Roma giorni fa. E anche questi film di Spagna e Giappone, con le loro scabrosità, follie, versioni e perversioni amorose del presente offrono cultura. Leggera e pepata magari, ma non vuoto entertainment.