Governo

Bavaglio ai dipendenti pubblici, il caso in Parlamento: “Le interviste vietate sono una violazione della Costituzione“

Prima l'episodio del personale dell’ospedale Cardarelli di Napoli. Adesso quello dei dipendenti della Soprintendenza per i beni archeologici di Roma. Dove una circolare del massimo dirigente Prosperetti vieta qualunque esternazione agli organi di informazione che non sia preventivamente autorizzata. Un divieto criticato da Pippo Civati, leader di Possibile. Che si appella al ministro Franceschini: “Negata la libertà di espressione“

Ci risiamo. Mettere il bavaglio ai dipendenti pubblici sta diventando un pericoloso trend in questo Paese. Solo pochi giorni su ilfattoquotidiano.it il caso del personale dell’ospedale Cardarelli di Napoli. A stretto giro arriva in Parlamento quello dei dipendenti della Soprintendenza per i beni archeologici di Roma. Una circolare, a firma del soprintendente Francesco Prosperetti, vieta qualunque esternazione agli organi di informazione che non sia preventivamente autorizzata. Impedendo di fatto a funzionari e archeologi di criticare ciò che non funziona nell’amministrazione. E di parlare liberamente con i giornalisti. “Una vicenda assai grave che riguarda i diritti dei lavoratori” , denuncia Pippo Civati, primo firmatario di un’interrogazione presentata alla Camera dei deputati insieme ai colleghi Brignone, Pastorino, Mattarelli e Maestri. Il leader di Possibile chiede al ministro della Cultura Dario Franceschini spiegazioni sull’accaduto e il ritiro immediato del provvedimento.

CIRCOLARE PER FAVORE A giustificare la circolare, secondo il soprintendente, l’articolo 3, comma 8, del codice di comportamento dei dipendenti del ministero per i beni culturali. Che integra quello dei dipendenti pubblici e il codice etico dello stesso dicastero risalente al 2011. Un disposto in base al quale “Il dipendente informa il dirigente dell’ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa”. Cosa assai diversa, secondo i parlamentari di Possibile, da quanto previsto nell’atto di Prosperetti. Il quale dispone che ‘le modalità di comunicazione agli organi di informazione (giornali, radio, tv) relative ad attività istituzionali dovranno essere preventivamente sottoposte al dirigente, per il tramite dell’addetto stampa”. Pena, azioni disciplinari nei confronti dei responsabili. “L’articolo 3” scrivono i parlamentari nell’interrogazione, “non richiede in alcun modo di sottoporre ‘preventivamente’ al dirigente le modalità di comunicazione agli organi di stampa, ma semplicemente di informarlo. Con la sua interpretazione il soprintendente impone, invece, a qualunque archeologo o dipendente di sottoporsi al vaglio preventivo dell’addetto stampa, che peraltro è un esterno all’amministrazione”. Un dejà-vu nelle cronache nostrane. Qualcosa di molto simile l’hanno già visto dipendenti, funzionari e dirigenti di Palazzo Chigi in seguito all’adozione del nuovo codice di comportamento della presidenza del Consiglio dei ministri, voluto nel 2014 dall’allora neo presidente Matteo Renzi.

SANA COSTITUZIONE Ma gli esponenti di Possibile non ci stanno. “La circolare del soprintendente”, si legge nell’interrogazione, “vietando di fatto ai dipendenti di rilasciare ai giornalisti dichiarazioni o interviste che non siano autorizzate, nega loro la libertà di espressione e risulta in palese conflitto con l’articolo 21 della Costituzione”. In ballo, dunque, il diritto di chi lavora nella pubblica amministrazione di ‘manifestare liberamente il proprio pensiero’. “Siamo in presenza di una violazione, passata del tutto inosservata, che riguarda diritti fondamentali, il rispetto della libertà di stampa e di conseguenza il diritto dei cittadini ad essere informati”, spiega Pippo Civati. “Questa è una circolare a ‘orologeria’ arrivata proprio dopo le proteste dei dipendenti del Colosseo lo scorso febbraio. In una fase di totale destrutturazione dei diritti dei lavoratori”, dice il fondatore di Possibile, “chiediamo al ministro Franceschini se non ritenga necessario porre fine a questo insopportabile abuso. Mettere il bavaglio non risolverà i conflitti con i dipendenti e di certo non migliorerà la fruizione dei beni culturali di questo Paese”. Poi alza il tiro e chiosa: “Il problema è che notizie di questo genere stanno aumentando e arrivano da diversi ambiti della pubblica amministrazione. Il modello è sempre lo stesso: accentratore, mai pluralista, sempre infastidito dai controlli, dall’autonomia e dalla partecipazione. Ad essere lesi sono la dignità personale dei dipendenti pubblici e il diritto di denunciare ciò che non funziona”. Ora la parola passa al ministro.