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Internet, la banda 700 Mhz terreno di scontro tra Berlusconi e Renzi. In ballo 300 milioni e conto salato per i cittadini

Bruxelles vuole liberare quelle frequenze dalle tv entro il 2020 per destinarla alle tlc. Per il governo e i cittadini si avvicina il rischio di un esborso legato alla transazione tecnologica: lo Stato dovrà indennizzare Mediaset, Telecom e gli altri proprietari delle concessioni assegnate dall'ex ministro Passera per un decennio. E gli italiani dovranno cambiare tv e decoder

Non solo i diritti televisivi e quella banda ultralarga che è legata a doppio filo con il futuro di Telecom Italia e di Mediaset. Nei complessi rapporti fra il premier Matteo Renzi e Silvio Berlusconi c’è anche la questione della banda 700 Mhz che rischia di costare cara agli italiani esattamente come accadde quasi quattro anni fa con il passaggio al digitale terrestre. Su quelle frequenze il Biscione ha infatti un conto in sospeso con lo Stato italiano e potrebbe presto passare all’incasso grazie ad un regalo fatto dall’ex ministro Corrado Passera, fino a pochi giorni fa candidato sindaco al Comune di Milano. Non solo: l’intera partita della banda 700 Mhz porta poi in dote anche una transizione tecnologica che coinvolgerà tutti i cittadini italiani. Il governo ha infatti deciso che in futuro si passerà dal digitale terrestre allo standard DVB-T2, più efficace nel segnale e nella qualità delle immagini. Peccato però che la nuova tecnologia non sia compatibile con i decoder e con buona parte delle tv nelle case degli italiani. Con il risultato che molte famiglie saranno costrette a comprare nuovi apparecchi o, in alternativa, acquistare un decoder.

Ma andiamo per gradi: Bruxelles vorrebbe liberare entro il 2020 la banda 700 Mhz dalle tv per destinarla alle telecomunicazioni. Inoltre vuole eliminare la tolleranza di due anni (fino al 2022) per realizzare la transizione come previsto finora nel Rapporto Lamy. L’ipotesi non piace affatto a Renzi che, per rientrare nei diktat dell’Unione, dovrebbe a stretto giro indennizzare i proprietari delle 19 concessioni del digitale terrestre assegnate da Passera per un decennio a Rai, Mediaset, Telecom Italia Media e altre cinque società.

Ma di che cifre stiamo parlando? Difficile avere una stima puntuale. L’Unione prevede un costo massimo di 890 milioni suddivisi sui 14 Stati membri che hanno assegnato le concessioni a tempo indeterminato oppure oltre il 2020. Fonti industriali hanno però segnalato che la somma individuata da Bruxelles è estremamente conservativa. Inoltre le concessioni sui Mux, che permettono alle tv di trasmettere più canali sulla stessa frequenza, non hanno tutte la stessa durata né lo stesso valore nei diversi Paesi. Per questa ragione sarà poi ogni Stato a doversi occupare in prima persona della trattativa con le tv.

Al Mise, però, non c’è alcuna valutazione del costo della migrazione per le casse dello Stato. Per avere un ordine di grandezza, basti pensare che quando, due anni fa, Telecom Italia Media e L’Espresso misero in vendita Persidera, speravano di intascare più di 100 milioni euro per ogni multiplex. Se si ipotizzasse la stessa valorizzazione per le frequenze da liberare, allora solo nelle tasche di Mediaset arriverebbero 300 milioni per i tre mux del Biscione sulla banda 700 Mhz. Naturalmente si tratta solo di stime nel caso in cui non si riesca a trovare un accordo alternativo fra lo Stato e i concessionari delle frequenze. Sin d’ora, invece, è certo che il passaggio obbligato di tecnologia inciderà sulle tasche dei cittadini ripetendo l’esperienza della transizione al digitale terrestre. Tanto più che solo dal 2017 sarà obbligatoria la vendita di televisori adeguati al nuovo standard.

Il passaggio obbligato costringerà i cittadini a cambiare tv e comprare nuovi decoder

La partita è decisamente delicata e rischia di portare in dote un epilogo costoso per le casse dello Stato e dei cittadini italiani, come testimonia il bollettino della Commissione trasporti del 9 marzo scorso. “La situazione italiana presenta una spiccata peculiarità in quanto nel nostro Paese la banda dei 700 Mhz è interamente utilizzata per la televisione digitale terrestre – spiega l’onorevole Pd Michele Anzaldi nel documento – i relativi diritti d’uso scadranno, in alcuni casi, addirittura nel 2032. In Italia, dunque, la liberazione di questo spettro potrebbe porre problemi più acuti che in altri Paesi, dove è diffusa la televisione via cavo. La Commissione europea prevede che il trasferimento su altra banda dei servizi attualmente prestati sulla banda 700 Mhz potrebbe comportare oneri stimabili da un minimo 1,2 a un massimo di 4,4 miliardi di euro. Tali oneri, comunque rilevanti, sarebbero a carico degli utenti finali” che, come accaduto con la transizione al digitale terrestre, dovranno comprare nuove tv e decoder per adeguarsi alla nuova tecnologia Dvt2b.

“L’ultima generazione di tv è già adatta ai futuri cambiamenti – ha tenuto a precisare una fonte della Commissione europea interpellata da ilfattoquotidiano.it – Inoltre sarà possibile adattare i vecchi apparecchi a costi ragionevoli. Alcuni Stati membri hanno aiutato le famiglie a far fronte ai costi della transizione e recentemente la Commissione ha approvato il piano di aiuti studiato dalla Francia per i suoi cittadini”. La sensazione è insomma che Bruxelles voglia procedere rapidamente sotto la spinta di Francia e Germania che sono già pronte alla transizione. “Il consiglio pianifica l’adozione della proposta il prossimo 26 maggio”, proseguono dall’Unione precisando che poi la questione passerà al vaglio della Commissione Industria, Ricerca e Energia (ITRE) per essere infine discussa in Parlamento prima della fine dell’anno. Per Bruxelles, l’Italia dovrebbe solo essere contenta dell’accelerazione perché così presto gli operatori potranno sviluppare la banda larga mobile in un Paese in cui la fibra è ancora una chimera. Senza contare che, liberando la banda 700 Mhz, lo Stato italiano potrà procedere alle gare per la riassegnazione delle frequenze alle società di telecomunicazioni che, in Francia, ad esempio, hanno già versato nelle casse pubbliche circa 2,8 miliardi.

A Roma però non la pensano come a Bruxelles. Innanzitutto per ragioni di carattere economico: al momento è difficile che il governo riesca a intascare importi consistenti dagli operatori telefonici nelle gare per le frequenze sui 700 Mhz. Nonostante l’interesse per la banda occupata dalle tv sia alto, le compagnie non sono disponibili a sborsare denaro finché non cambieranno le regole del gioco sul tema delle emissioni elettromagnetiche. In Italia esiste infatti un limite massimo legale (6 Volt al metro) che renderebbe eccessivamente oneroso per gli operatori lo sviluppo del 5G, essendo costretti a moltiplicare le antenne sul territorio per diminuire la potenza di trasmissione. Non solo: gli operatori telefonici hanno investito molto nelle aste 2011 del 4G che vogliono far fruttare prima di lanciarsi in nuovi investimenti. Il governo italiano rischia, quindi, di trovarsi nella paradossale situazione di sborsare indennizzi per liberare la banda senza poi riuscire a monetizzarla adeguatamente dalle successive gare.

Il governo rischia di sborsare indennizzi per liberare la banda senza poi riuscire a monetizzarla

La questione non è da poco e soprattutto non è facilmente risolvibile in tempi stretti. Per questo Confindustria Radio Televisioni ha chiesto al governo un tavolo di confronto per un “piano di azione condiviso che tenga conto di scadenze e obiettivi modulati con le esigenze dell’industria e delle città”. Non è escluso infatti che un attento riposizionamento dei concessionari della banda su altre frequenze riesca a contenere i costi per lo Stato ed evitare ai cittadini le spese per nuovi decoder e tv. Ma i tempi sono stretti. Intanto però il governo Renzi ha chiesto di fissare il termine ultimo per la transizione al 2022. Quanto basta, cioè, per girare al prossimo esecutivo la patata bollente delle concessioni ed evitare nell’immediato la trattativa con Berlusconi.

Se però, a Bruxelles, Francia e Germania dovessero spuntarla con il termine al 2020, allora l’Italia sarà obbligata ad accelerare sulla tabella di marcia stringendo accordi internazionali per le aree di confine già per la fine di quest’anno all’interno di un più ampio piano frequenze da definire entro metà 2017. Non solo: il governo dovrà trovare un accordo in tempi stretti con le emittenti locali e nazionali sulla banda 700 Mhz. Con il risultato che, alla fine, “lo Stato si troverà costretto a risarcimenti ingenti alle televisioni, in cambio di quelle frequenze da dare all’asta”, come del resto aveva profetizzato il ministro Paolo Gentiloni ai tempi dell’assegnazione della banda 700 Mhz. E Silvio Berlusconi avrà in mano una carta in più nelle trattative con Renzi.