Cultura

Fuori la politica dal mondo dell’arte

Durante il forum organizzato il settembre scorso dal Centro d’Arte Contemporanea di Prato – tre sedi, 11 coordinatori, 400 esperti e pochissimi artisti presenti – qualcuno tra il pubblico della platea chiese quale tipo di procedura doveva osservare un artista rinascimentale per sottoporre un suo progetto a Lorenzo il Magnifico. E la risposta dell’esperto di turno fu, per una volta, chiara e sintetica. L’artista in questione sarebbe stato ricevuto da un messo con il compito di raccogliere la richiesta per poi trasmetterla al principe, il quale l’avrebbe accettata o respinta. Punto.

Opere di Sergio Vanni courtesy Galleria Morotti Arte Contemporanea

Esattamente il contrario di quel che avviene oggi in questo ex bel paesino, capitale dell’arte d’antan, dove il malcapitato artista o supposto tale, deve obtorto collo confrontarsi e/o dialogare con diverse figure di gatekeepers – guardiani alle varie porte d’accesso – critici, curatori, recensori, editori, direttori di musei, galleristi, mercanti, sponsor e/o mecenati, tecnici vari, pr & chi più ne ha più ne metta. Dopodiché e indipendentemente dal risultato conseguito, il nostro bravo artista avrà avuto modo di constatare due aspetti consequenziali. Il primo che la sua vera e propria attività artistica residua, una volta risucchiata da tutto l’ambaradan cui si deve sottoporre, corrisponde soltanto al 5/10 per cento delle energie necessarie per sostenere tutto il complesso meccanismo. Il secondo che la sua contezza nel sistema corrisponde al valore di un due di picche. In altre parole che, in quanto artista inglobato nel meccanismo del così/detto sistema dell’arte, la sua capacità decisionale tende allo zero anche nel caso che la sua quotazione di mercato sia più o meno elevata, ciò in concomitanza con il pesante ingresso della finanza in un momento in cui l’arte, al di là del suo valore intrinseco, è assurta a bene rifugio.

Una situazione che in Italia è aggravata dalla perdurante intrusione della politica la quale, contrariamente al detto “con l’arte non se magna”, con la scusa dei beni culturali da preservare, l’occupazione da sostenere, le prebende da distribuire, i miracolati da porre e riporre al proprio servizio, e gli incassi che direttamente o indirettamente ne ricava, non soltanto in termini elettorali, continua a dilapidare denaro pubblico a fronte di risultati pressoché nulli: il numero degli artisti italiani presenti nelle principali manifestazioni internazionali d’arte contemporanea assurge a valori da schedina: 1, 2, X cioè nessuno; artisti italiani sempre meno venduti all’estero dove comunque si continua a vendere l’arte italiana di mezzo secolo fa, per lo più ristretta a Giorgio Morandi, Lucio Fontana e pochissimi altri.

 

Il che significa che il nostro sistema dell’arte oltre che dalla politica è atrofizzato dalla burocrazia, visto e considerato che politici & gatekeepers costituiscono una sorta di dogana dell’arte, attraverso la quale gli artisti e gli operatori devono passare, cioè fare i debiti e spesso salati conti. Sintetizzati quest’ultimi da Camilla Tagliabue sul Fatto di avanti ieri, che per altro ben raffigura questa sorta di melanconica Caporetto del sistema dell’arte italiano, in cui se ai direttori dei 20 principali musei italiani nominati dal ministro Franceschini, è stata più che triplicata la “busta paga”, da 30-35 mila a 78-145 mila euro l’anno, “a quasi 9 mesi dalla nomina, e a quasi un anno dei quattro della carica, tutti i manager sono indaffarati nel rilancio dei rispettivi musei: alcuni con operazioni felici, come il rientro di una pala del Perugino per Brera (…) mentre altri, invece, si stanno sbizzarrendo con il maquillage più che con interventi strutturali: c’è chi vuole sfrattare un asilo per aprire un ristorante(…), chi invita Federica Pellegrini a tuffarsi nelle piscine della Reggia di Caserta…

La valorizzazione è garrula, anche per questo il 7 maggio a Roma è stata indetta la manifestazione ‘Emergenza cultura’ “. L’ennesima manifestazione di intellettuali e sindacalisti i quali, scandiranno slogan e ribadiranno annosi propositi più che fornire proposte operative atte a rimuovere medioevali incrostazioni corporative e liberarsi di una cultura asfissiante nel senso attribuitogli da Jean Dubuffet, per rimettere al centro del mondo dell’arte la figura dell’artista e dell’operatore, come nel caso del sottoscritto che ha potuto affermare quanto sopra grazie alla sua esperienza di artista, di curatore e di collezionista.