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Leicester, non solo calcio. Qui dove l’integrazione funziona

Scudetto da favola

Lascio a esperti sportivi la storia dello scudetto del Leicester City, un evento che i bookmaker davano a 5000 a 1 a inizio stagione, un prezzo migliore di quello che potrebbero pagare a chi ha scommesso che Bono sarà il prossimo papa. Di tutti gli aneddoti e le statistiche che ho visto, cito solo il fatto che il Leicester City quest’anno ha la seconda peggiore percentuale di passaggi effettuati e il terzo peggiore possesso di palla: segno che giocare come la Spagna non è l’unico modo per vincere. Sono andato solo poche volte allo stadio, mio figlio più spesso, anche come tredicenne non accompagnato (sì, qui si può), ma ho un legame affettivo di lunga data con la città di Leicester (pronuncia Lesta, popolazione mezzo milione, tredicesima area urbana del regno), e se la gioia calcistica non è la stessa che provai per i due mondiali dell’Italia, sono davvero contento che la straordinaria favola delle volpi si sia conclusa con il loro trionfo nella Premier League. Quando nel 1970 io e mio cugino seguimmo religiosamente in tv i mondiali di ciclismo su pista, tenutisi in un velodromo poi in triste disfacimento, non immaginavo certo che diciotto anni dopo proprio in quella città avrei avuto il mio primo posto di lavoro e acquistato la mia prima casa.

Immigrazione a Leicester

Leicester mi accolse bene, così come nei decenni precedenti aveva accolto bene le varie ondate di migranti dai Caraibi, da India, Pakistan e Bangladesh, fino alle migliaia di indiani residenti in Uganda espulsi da Idi Amin negli anni Settanta. I molti gruppi etnici sono rappresentati a tutti i livelli sociali e forse per questo l’integrazione funziona: appena arrivato, notai subito gli studi di avvocati e commercialisti con nomi indiani sulle targhe alla porta, e le Jaguar e Mercedes parcheggiate fuori, gli impiegati pubblici negli uffici, i tassisti, i negozianti, gli addetti alla pulizia, di origine chiaramente non-europea. Keith Vaz è uno dei più rispettati deputati inglesi e una rapida occhiata ai nomi dei consiglieri comunali rende l’idea di integrazione quanto una passeggiata per il mercato, una delle poche cose che un turista che si trovasse in città dovrebbe davvero visitare; senza omettere il banco della famiglia di Gary Lineker, ora gestito dal cugino. A Leicester i britannici europei sono in minoranza, al punto che nessuno se ne accorge: al mio arrivo, probabilmente ero solo io a notare di essere l’unico occidentale tra i clienti e i dipendenti del supermercato dove facevo la spesa. Tornato a Leicester da professore nel 2004, non ci faccio più caso neanch’io.

Quando portavo mio figlio a giocare a calcio c’erano sì campi “caldi”, dove bisognava raccomandare ai ragazzi di non reagire agli insulti dei genitori dei ragazzi dell’altra squadra. Ma è un problema sociale, non etnico. I problemi di integrazione non sono certo assenti, in molte scuole dove solo una piccola percentuale dei bambini parla inglese in casa insegnare è un problema, e molte famiglie di classe media (bianche e non), se possono, mandano i figli in scuole fuori città.

In generale però, Leicester riesce a fare della diversità culturale una virtù: un quinto della popolazione si dichiara musulmana e le moschee, nella zona nordovest, sono tranquille e di rado appaiono nella cronaca. Mi ha sempre affascinato la zona indù, il miglio d’oro di Belgrave Road, un’altra cosa che raccomanderei al turista affrettato. La passeggiata nell’orario tra il lavoro e la cena – tradizionale nella piazze italiane – gli inglesi non la fanno, ma gli indiani sì: e il 15 per cento dei cittadini di Leicester che si dichiara indù sembra convergere in Belgrave Road in gruppi di amici o di famiglia, molti sfoggiando eleganti abiti tradizionali, per fare un paio di vasche e guardare le vetrine: clima a parte, si potrebbe essere in India.

Un cavallo un cavallo, il mio regno per un cavallo

Se impiegare allenatori italiani fa bene al calcio inglese, forse al turismo italiano potrebbe far bene assumere manager turistici inglesi. Leicester, in passato basata sull’industria tessile povera e mal pagata (quando andavo a vedere possibili case da acquistare, in molti casi una delle stanze era interamente occupata da un enorme telaio, dove i proprietari producevano biancheria intima a cottimo), mantiene una base manifatturiera, ma sembra avere la capacità di creare turismo dal niente. Come fece Thomas Cook, la cui statua fuori dalla stazione non merita una visita, inventore del viaggio organizzato, che nel 1841 offrì la prima gita turistica in treno, da Leicester a Loughbourough. Oltre al centro spaziale, Leicester ha creato una delle principali nuove mete turistiche del mondo con la scoperta casuale, durante gli scavi per un parcheggio, di ossa che esami genetici hanno rivelato essere quelle di Riccardo III. Un bizzarro corteo funebre (passato tra l’altro davanti a casa mia), con i suoi attuali discendenti vestiti a lutto al seguito, portò le ossa di questo infanticida dal campo di battaglia che ne vide la morte alla cattedrale della città, prima per l’esposizione in una camera ardente che creò lunghissime code e poi per accoglierlo in modo definitivo.

Gianni De Fraja ha conseguito il PhD a Oxford nel 1990; è attualmente professore di Economia a tempo parziale presso l’ Università di Roma “Tor Vergata” e presso l’University of Nottingham ed è Research Fellow al Cepr. I suoi interessi vertono in particolare sull’istruzione e l’economia industriale.