Cultura

Beni culturali, il governo stanzia un miliardo ma lascia il Patrimonio abbandonato

#unmiliardoperlacultura è il tweet che accompagna ognuna delle slides che illustrano i 33 interventi,  riguardanti il “Piano strategico turismo e Cultura” presentato dal premier Renzi e celebrato dal ministro Dario Franceschini. Il tutto consultabile sul sito del Mibact dove si legge che “Il Piano mira al rilancio della competitività territoriale del Paese attraverso l’attivazione dei potenziali di attrattività turistica, l’integrazione tra turismo e cultura e il potenziamento dell’offerta turistico-culturale”. Piano lodevole, finanziato con risorse del fondo sviluppo e coesione 2014-2020. Tanto più lodevole dal momento che è articolato in “interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e di potenziamento del turismo culturale”.  Ed infatti ci sono spazi museali da implementare oppure da realizzare, aree archeologiche e palazzi storici, ma anche complessi, da rigenerare, tracciati stradali da valorizzare. Individuati gli interventi, stabilite le risorse che saranno impegnate per ciascun progetto.

A rimanere fuori da ogni attribuzione puntuale sono 170mila euro, destinati al “completamento di rilevanti interventi di interesse nazionale del patrimonio culturale”. Sfortunatamente un po’ pochi per rispondere alle innumerevoli necessità che emergono dai territori. Quelle che solo in parte si possono apprezzare dalle Rilevazioni 2015 su “Visitatori e introiti dei Musei, Monumenti e Aree Archeologiche Statali” pubblicate dal Mibact. Già, perché per orientarsi tra annunci trionfali che giungono da Reggio Calabria, dove si è riaperto il Museo archeologico nazionale, ancora una volta a fare la differenza è l’analisi generale dei tanti casi particolari. Questa analisi restituisce una realtà sensibilmente differente da quella descritta da Franceschini e twittata da Renzi. Una realtà a tinte fosche nonostante gli ingressi-record nei soliti siti più celebri. Da Roma a Milano. Da Torino a Ercolano. Da Venezia a Napoli. Da Pompei a Firenze.

Una realtà a tinte fosche, nonostante gli abili strateghi alla comunicazione del Mibact abbiano deciso di escludere dalla rilevazione i siti chiusi al pubblico. Nonostante abbiano optato per l’inserimento dei dati relativi soltanto al 2015. Evitando il confronto con gli anni precedenti, come invece era consuetudine. Nonostante la suddivisione regionale sia stata sostituita da un “Ordinamento decrescente per totale visitatori”. In ogni caso il quadro che se ne ricava è un concentrato di criticità che contribuiscono in maniera decisa al decremento, anche consistente, dei visitatori in molti siti. Come accade in Lombardia ad una serie impressionante di spazi della cultura, dalle Grotte di Catullo e dal Museo Archeologico di Sirmione, al Museo Archeologico Nazionale a Mantova. Come si verifica in Abruzzo all’area Archeologica d’Alba Fucens a Massa d’Albe e al Museo Archeologico nazionale  d’Abruzzo-Villa Frigeri a Chieti. Come accade in Sardegna al Museo Archeologico Nazionale a Cagliari, al Museo Archeologico Nazionale G. Asproni a Nuoro. Come in Liguria al Museo archeologico Nazionale e zona archeologica di Luni a Ortonovo e al Museo Preistorico dei “Balzi Rossi” e Zona Archeologica a Ventimiglia. Come accade in Veneto al Museo Archeologico Nazionale ad Adria e al Museo Archeologico Nazionale a Fratta Polesine.

Non diversamente in Emilia Romagna al Museo Nazionale Etrusco “Pompeo Aria” ed Area Archeologica a Marzabotto e al Museo Archeologico Nazionale di Sarsina. Come si verifica in Friuli Venezia Giulia alla Villa Romana, a Duino-Aurisina. Non diversamente in Puglia all’Antiquarium  e Zona Archeologica di Canne della Battaglia, a Barletta, e al Museo Nazionale Archeologico ad Altamura. Lo stesso può dirsi in Calabria al Museo e Parco Archeologico Nazionale di Scolacium, a Borgia, e al Parco archeologico della Sibaritide, a Cassano allo Ionio. Così nelle Marche al Museo Archeologico Nazionale delle Marche ad Ancona e al Museo archeologico Statale ad Ascoli Piceno. Ma è soprattutto in Campania che il fenomeno è abbastanza generalizzato. Infatti accade ad Alife,  Ariano Irpino, Ascea, Avella, Benevento, Eboli, a Maddaloni, Mirabello Eclano, Minori, Montesarchio, Nola e Teano. Una lista incompleta, ma sufficiente a delineare l’appeal del patrimonio archeologico disseminato da nord a sud.

Quindi aree archeologiche, monumenti e musei in non rari casi per pochi intimi. Spesso costretti alla visita dopo pazienti attese di incaricati di stanza in altro loco. Altre volte addirittura dopo aver fissato surreali appuntamenti con personale vario. Circostanza questa che vede ancora una volta primeggiare la Campania, dove la casistica delle modalità di fruizione è quasi sterminata. Si va dall’anfiteatro Flavio di Pozzuoli dove “Per carenza di personale le visite vengono effettuate per gruppi ad intervalli di un’ora l’una dall’altra”, al Sacello degli augustali, a Miseno, “visitabile solo su richiesta all’assuntore di custodia”, passando per l’Area archeologica di Carminiello ai Mannesi, a Napoli, “Visitabile solo su richiesta con accompagnatore, ovvero in occasione di aperture straordinarie programmate nell’ambito di manifestazioni, rassegne ed eventi di rilevanza nazionale e locale”. Invece, a Sessa Aurunca, il teatro e criptoportico è “Visitabile con prenotazione”, come a Nocera Superiore la Necropoli monumentale romana. Ingressi non agevoli che si possono riscontrare anche altrove, ad esempio nelle Marche, dove il fenomeno appare quasi generalizzato.

C’è poi la piaga delle chiusure che spesso si protraggono da tempo. Dall’Antiquarium di Sala Consilina alla Necropoli al Museo delle navi di Fiumicino. La visione diretta di molti dei siti ricordati, oppure in alternativa la lettura dei commenti lasciati su tripadvisor dei visitatori anche recenti, non può migliorare quanto restituisce il Rilevamento del Mibact. Erba alta nelle aree archeologiche, spesso di difficile comprensione anche a causa della mancanza di una pannellistica adeguata. Materiale informativo completamente assente in tanti spazi museali. Resti archeologici che necessiterebbero di interventi di restauro.  Allestimenti museali quasi ottocenteschi. Un’infinità di emergenze tutt’altro che recenti. Ma proprio per questo da sanare. Per ridare dignità a frammenti di paesaggio in sostanziale abbandono. Per restituire alla fruizione spazi nei quali ricostruire la propria identità. Quanto questa opera di manutenzione sia improcrastinabile lo sa bene chiunque abbia avuto la possibilità di visitare almeno alcuni dei siti ricordati. Siti in molti casi lontani dai grandi circuiti turistici. Storicamente e archeologicamente molto rilevanti, forse meno dal punto di vista mediatico.

Luoghi della cultura che sarebbe necessario tutelare e valorizzare al meglio e che invece continueranno a languire. Tra chiusure, aperture “difficili” e un numero di ingressi notevolmente inferiore rispetto alla loro importanza. D’altra parte non potrà che continuare ad essere così, occupandosi soltanto dei siti più in voga. Per questo il miliardo assegnato non porterà alcun miglioramento al patrimonio diffuso. Anzi, è probabile che contribuirà a deprimerlo ancora di più. Per questo le parole di Franceschini su “l’integrazione tra turismo e cultura e il potenziamento dell’offerta turistico-culturale” hanno tutta l’aria di un manifesto politico piuttosto che di un Piano per “il rilancio della competitività territoriale del Paese”.