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Terrorismo, i jihadisti del Belgio ovvero la banda di Molenbeek

Molenbeek è un quartiere che si trova non molto distante dal centro di Bruxelles, ad ovest, ha una popolazione di 100.000 persone e una grande maggioranza di musulmani provenienti dal Maghreb e da altri paesi arabi. Si tratta di cittadini belgi arrivati nel secondo dopoguerra per lavorare e contribuire alla formazione della ricchezza del Belgio. Si tratta di cittadini che hanno acquisito la nazionalità belga e che a loro volta hanno procreato figli e figlie dal nome arabo, ma belgi a tutti gli effetti. Questa banale constatazione per ricordare a quanti fingono di pensare che il problema dei jihadisti ci appartiene per il terrore che essi causano, ma non per le cause che spingono questi giovani ad imboccare la strada della morte. Fermo restando che tali considerazioni non ci devono fare abbandonare una intensa attività di intelligence e una azione di polizia, la politica deve farsi carico di questo malessere che attraversa i giovani in generale e in particolare quelli dei quartieri ghetto dove regna un elevato tasso di disoccupazione e dove lo stato è vissuto nei suoi aspetti di repressione e la società organizzata per far diventare ricchi chi lo è de già a scapito di chi è povero.

Fra le varie immagini che sono sfilate alla televisione sui blitz che hanno portato alla cattura di diversi terroristi, mi ha colpito l’immagine di un signore, probabilmente un abitante del quartiere di Molenbeek, che dinnanzi ad un gruppo di poliziotti che facevano sgombrare una strada giustamente con modi anche un po’ rudi, questo signore ha pensato bene come atto di protesta e disprezzo di sputare per terra. Nessuna giustificazione, ma una necessità di interrogarsi dove nasce questo disprezzo e cosa deve fare la politica per trovare una soluzione. Certo non è facile fare dei bei discorsi sulla politica oggi, quando si assiste alla vergognosa corsa verso i paradisi fiscali dei capitali di uomini politici di tutto il mondo. Eppure, visto che le ricette populiste: chiudiamo le frontiere, mandiamo via tutti gli arabi dall’Europa, non costruiamo più moschee e via dicendo, non funzionano perché sono illusorie, non ci resta che ripensare la politica come unico strumento che può portare a soluzione alcuni problemi.

Questa affermazione, mi sembra, debba essere oggetto di una profonda riflessione perché è l’unica chance a nostra disposizione, e non la guerra, per affrontare il malessere che caratterizza le nostre società. Molenbeek è un prototipo del modo sbagliato con cui abbiamo permesso la crescita di un ghetto dalla disoccupazione galoppante alla mancanza di cure per una popolazione che ha elevati tassi di malattie cardiocircolatorie,diabete e mortalità infantile elevata, e alti indici di delinquenza giovanile. Mohamed Abrini, quello che era stato inquadrato all’aereoporto di Zaventem con un cappello mentre trasportava una borsa piena di esplosivo e catturato qualche giorno fa, faceva parte dello scenario di Molembeek. Il suo casellario giudiziario registrava 45 condanne, tra cui una ventina per furti e per possesso e spaccio di droga. Un curriculum simile a tutti gli altri terroristi, morti o catturati, dopo le azioni di Parigi e di Bruxelles.

La banda di Salah Abdeslam si incontravano al bar “Les béguines” (Le Beghine) gestito dal fratello, Brahim, che poi si fece saltare nell’azione suicida a Parigi, e in questo caffè dove si beveva dell’alcol e si fumava hashish che avvenivano le riunioni tra giovani per giocare a carte, per parlare di calcio, probabilmente anche di donne, ma non certo di Islam. Cosa ha determinato questo passaggio di una banda di piccoli delinquenti a terroristi pronti a morire? Probabilmente l’azione di proselitismo condotta, si dice,da un altro belga, Abdelhamid Abaaoud, in contatto con l’Isis e agente operativo dello stesso. E’ probabile, ma gli interrogativi restano tali e quali. Questo Islam appiccicato ad una vita di piccolo delinquente, che tipo di miscela è capace di creare? Forse è l’unica volta che nella loro mente di emarginati e di sconfitti si è fatta strada l’idea che si poteva morire per vincere. A questo punto si sono ricordati di essere musulmani e come tali hanno voluto essere ricordati, non come delinquenti comuni che compiono un atto di guerriglia urbana.