Mondo

Isis: e se i nostri governi smettessero di finanziarlo?

Amaramente paradossale risulta la circostanza che l’ultimo bersaglio dell’Isis sia costituito da Bruxelles, capitale di quell’Europa senz’anima che tanto ha fatto per spianare la strada ai terroristi, fornendo loro carburante ideologico con le sue guerre d’aggressione ma anche carburante finanziario. Da questo secondo punto di vista risulta ancora più amaramente paradossale la circostanza che i terroristi abbiano compiuto questa nuova strage proprio all’indomani dell’accordo raggiunto con uno Stato, la Turchia, in cui sono stati recentemente arrestati due importanti giornalisti proprio per aver messo sotto accusa legami e sostegni fra il regime di Erdogan e i tagliagole. Quanti dei tre miliardi che l’Europa tremebonda si accinge a regalare al Sultano nella speranza, del tutto infondata, che la salvi dal “flagello” dei profughi da essa stessa provocati, finiranno nelle tasche dei terroristi? Quante delle armi e degli esplosivi che le avide industrie degli armamenti europei riversano negli arsenali delle tirannie del Golfo non vengono poi destinati ai terroristi?

Peraltro, come acutamente sostenuto da David Graeber sul Guardian, la Turchia si applica sistematicamente da tempo a smantellare, mediante da ultimo il ricorso anche a gas venefici, le sole forze realmente intenzionate e capaci di combattere il terrorismo sul terreno, come hanno ampiamente dimostrato a Kobane ed altrove, e cioè le combattive milizie popolari kurde del PKK, del’YPG e dell’YPJ. E l’Europa assiste senza battere ciglio, anzi appoggia il Sultano in ogni sua mossa.

Questa Europa non è solo codarda, ma anche autolesionista. O meglio, si può a questo punto anche dubitare che sia interesse e volontà di governi sempre più screditati proteggere le vite dei propri cittadini. Si può ipotizzare che qualcuno abbia pensato che, in fondo, il clima di panico instaurato dalle organizzazioni terroristiche possa essere utilizzato per far digerire all’opinione pubblica qualsiasi misura antipopolare. Da che mondo è mondo lo stato di guerra mette a tacere ogni opposizione e sempre più si parla, anche se a sproposito, di guerra.

Fatto sta che gli attentati di Bruxelles e prima ancora quelli di Parigi, hanno dimostrato la totale assenza di una politica della sicurezza da parte di agenzie pure strapagate ma piene a quanto pare di incompetenti e cialtroni. Eppure non mancano, in Italia e altrove, professionalità di alto livello nel settore. Ma è probabile che i mediocri governanti del continente in crisi preferiscano affidarsi a loro pari, anziché dare fiducia e spazio alle persone capaci e intelligenti. È sotto gli occhi di tutti quello che Alberto Negri, sul Sole24 Ore, definisce il fallimento dell’intelligence europea. Non si può non essere d’accordo con lui quando afferma che la guerra al terrorismo lanciata da Bush junior ha moltiplicato i gruppi terroristici e che “la ragione per cui il terrorismo è diventato tremendamente efficace anche in Europa è che si è guardato troppo al fronte esterno, illudendosi con i droni o i raid di sistemare la faccenda: una strada pericolosa che ha portato a trascurare quanto accadeva nella casa europea, nel complesso tessuto sociale delle nostre periferie, soprattutto del Nord. Sembra paradossale ma la guerra al terrorismo, quella intelligente, deve ancora cominciare davvero”.  Aggiungerei che questa guerra intelligente va fatta con le armi dell’informazione e dell’acquisizione del consenso, ma per vincerla dobbiamo trasformare l’Europa e sottrarla all’attuale cricca di incapaci governanti che non sanno fare nulla di meglio che inondare di denaro, armi e sostegno politico,  i padrini dell’Isis, mentre assistono silenziosi e complici al massacro di chi contro l’Isis si è battuto e continua a battersi con onore e con successo.

Occorre quindi rivedere a fondo la politica estera e quella interna dell’Unione. Va attuato, e sarebbe ora, un effettivo coordinamento delle agenzie di sicurezza che, oltre che inefficaci e poco disposte a collaborare fra di loro, si mostrano in alcuni casi scarsamente trasparenti.  Il coordinamento delle iniziative sulla sicurezza, peraltro, accogliendo l’auspicio di Putin, va realizzato anche in sede internazionale. Va inoltre realizzato un capillare controllo del territorio in collaborazione con le organizzazioni sociali, anche e soprattutto quelle delle immigrati, il che richiede un approccio nuovo al tema delicato e cruciale dell’integrazione, respingendo ogni tentazione di indulgere alla “guerra fra le civiltà”, che costituisce il regalo più ambito per i terroristi.  Per dirla con Tommaso Di Francesco sul Manifesto: “Si ferma lo Stato islamico solo togliendogli da sotto i piedi il terreno fertile della guerra e dell’odio”.