Cultura

L’Italiana in Algeri di Rossini a Firenze. Al Maggio serve una co-produzione con spagnoli, francesi e americani

La prima di quella che Stendhal definì "la perfezione del genere buffo" sarà in diretta anche su Rai5. La fondazione toscana collabora con il Teatro Rèal, il Grand Théatre di Bordeaux e lo Houston Grand Opera. Allestimento contemporaneo e fiabesco, ma rispettoso del libretto

Della crisi degli enti lirici si parla da anni. Una prima risposta dovrebbe arrivare dal decreto Cultura del ministro Dario Franceschini che ha toccato anche le fondazioni teatrali. Un’altra risposta, puntualmente respinta dai politici di ogni colori, potrebbe essere lo studio della musica a scuola, come accade in diversi Paesi stranieri. Nel frattempo importanti realtà come il Maggio Musicale Fiorentino – che fa i conti con una crisi che prosegue da anni – ci prova con soluzioni come quella della co-produzione. Se da una parte si fa rete con alcuni dei maggiori teatri d’opera al mondo, dall’altra ci si gioca il jolly: Gioachino Rossini. Ed ecco così che nel 2010 nasce la coproduzione di quell’opera del Cigno di Pesaro che Stendhal definì “la perfezione del genere buffo”: ossia l’Italiana in Algeri. Oltre al Maggio partecipano altri tre grandi enti lirici: il Teatro Réal di Madrid, il Grand Théâtre de Bordeaux e la Houston Grand Opera, per uno spettacolo dalla regia contemporanea, attualizzata, ma dal più limpido rispetto del libretto originale.

Italia, Francia, Spagna e Usa unite nel tentativo, riuscito, di dar vita a una nuova produzione della musica rossiniana: si dividono le spese e si inserisce nel circuito operistico una nuova produzione capace, dopo sei anni, di tornare a solcare il palco di uno dei principali enti lirici italiani, l’Opera di Firenze. La prima sarà domani sera, 15 marzo, e sarà trasmessa anche in diretta su Rai5 a partire dalle 19.50. A dirigere questo gradito ritorno di una delle più conosciute e apprezzate opere di Rossini, in programma fino a sabato 26 marzo, sarà uno dei più rinomati specialisti, Bruno Campanella, che prende a prestito il grande cinema di Miloš Forman: “A Mozart, nel film Amadeus, hanno fatto dire che ‘le note sono come scarabocchi sopra e sotto le righe’ ma spetta al direttore d’orchestra il compito di renderle vive”, e con l’Italiana in Algeri “il pubblico vedrà come la musica di Rossini prende vita dalla muta carta, specialmente alla fine del primo atto, e comprenderà perché Stendhal definì l’opera ‘una sublime follia organizzata’”.

Un cast di notevole spessore, che comprende, tra gli altri, voci come Marianna Pizzolato (nel ruolo di Isabella), Pietro Spagnoli (nel ruolo di Mustafà) e Boyd Owen (nei panni di Lindoro), laddove la regia di Joan Font, leader della compagnia catalana Els Comediants e curatore dell’allestimento, è riuscita, insieme alle luci di Albert Faura, alle coreografie di Xervi Dorca e ai costumi di Joan Guillén, a calare la fenomenale carica ironica e buffonesca di Rossini in ambientazioni tanto essenziali quanto fiabesche.

Un’opera, l’Italiana in Algeri, che ai tanti ingredienti del suo successo, a partire dalla prima assoluta del 22 maggio 1813 al San Benedetto di Venezia, aggiunge quello di una protagonista, Isabella, il cui personaggio viene così egregiamente riassunto dall’interprete, Marianna Pizzolato: “È una donna astuta, decisa, vivace, esuberante, mai sottomessa, ma anche innamorata e disposta alla sfida per amore. Insomma la donna ideale, quella che tutti gli uomini vorrebbero accanto”. Dunque, in tempi di forte crisi identitaria prima ancora che culturale, in tempi nei quali il pubblico dei teatri d’opera e degli auditorium fatica non poco a rinnovarsi e ringiovanirsi, ecco che facendo di necessità virtù il concetto del fare rete diventa obbligatorio, imprescindibile, come del resto era già accaduto per un’altra produzione, in questo caso contemporanea, andata in scena  sempre a Firenze a fine 2015: le Braci di Marco Tutino fu realizzata in coproduzione col Festival della Valle d’Itria.

Foto concesse dall’ufficio stampa del Maggio Fiorentino