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Debito pubblico, i problemi di un Paese che non ha una sinistra che fa la sinistra

Una destra estrema ed estremista controlla il Partito Democratico. Prendete l’on. Gianpaolo Galli (ex Bankitalia, ex Confindustria). Sul Sole 24Ore contesta “vari autorevoli economisti” che “propongono che in Italia il disavanzo di bilancio venga aumentato ben oltre il limite del 3%”, in particolare “Giorgio La Malfa” e la nostra comune proposta “di andare al 5% almeno per un paio d’anni”. Auspica invece da par suo, per il futuro, una politica economica di “austerità” e “riforme strutturali” (déjà vu).

La tesi di Galli è che il deficit pubblico sia completamente inutile, salvo nel brevissimo termine; dopo un paio d’anni (o forse tre) lascerebbe l’economia allo stesso punto in cui era prima, con l’aggravio di un maggiore debito pubblico. Non mi sembra questa la sede giusta per entrare nel merito: il Fatto Quotidiano non è un giornale economico. (La sede naturale sarebbe il Sole 24 Ore: una risposta di merito è stata scritta, ma non è ancora chiaro se l’accetteranno).

Vorrei solo mettere in contesto la posizione di Galli che, com’egli ricorda, è anche quella del Pd. Due anni fa hanno chiesto a 38 economisti fra i più noti, in tutte le Università americane – comprese quelle tendenzialmente di destra (come Chicago) -, se ritenevano che il grande deficit pubblico di Obama (nel 2009 e 2010) avesse aiutato in maniera rilevante o meno gli Usa ad uscire dalla crisi: 37 economisti su 38 risposero “sì”; l’unico “no” venne da Alesina, che nel frattempo ha cambiato idea! L’on. Galli perciò, nel panorama internazionale degli economisti, sta a destra della destra. Just saying.

Galli offre però anche un argomento politico: di questo voglio parlare. Scrive: “La terza ragione [per cui il deficit spending è dannoso] è che i mercati sanno che un piano di rientro dal disavanzo posto tutto a carico della prossima legislatura avrebbe credibilità zero. Non esiste nessun modo, né un vincolo costituzionale, né altro, per imporre la disciplina di bilancio a chi governerà dopo il 2018″. Si tratta dello stesso argomento usato nel 2009 dai repubblicani per cercare di impedire ad Obama di salvare l’America dalla crisi. Che si è dimostrato falso: difatti Obama è rientrato dal deficit. Tra l’altro lo ha fatto in modo lineare, senza il ‘go and stop’ o le pesanti manovre di austerità immaginate dall’on. Galli (la crescita ha fatto quasi tutto, alzando gli introiti fiscali). Ma non è solo l’America: in tutto il mondo si fa politica anticiclica in tempi di crisi, poi si rientra dal deficit, senza imposizioni esterne o vincoli. In tutto il mondo salvo che in Europa: perché i tedeschi non ci stimano, ci considerano sotto uomini, infidi, e ce lo vietano. Va bene i tedeschi, ma che sia un italiano ad alimentare questa sfiducia è triste!

La politica economica si sviluppa nel tempo, sempre. Se ogni politica buona per vincere la crisi viene preclusa perché si ipotizza che poi non saremo coerenti, perché siamo sotto uomini, allora restano solo le politiche sicuramente amare e però anche dannose (in tempi di disoccupazione le due tipologie coincidono). E così, saremo coerenti … nell’errore! Ma, oltre a prolungare una depressione inutile, in tal modo perdiamo anche la libertà: perché, se non siamo capaci di governarci da soli, dobbiamo affidarci a qualcuno di esterno (Ue: = i tedeschi) che però fa i suoi e non i nostri interessi.

È questo un modo di pensare coerente con il progetto istituzionale autoritario dell’attuale Pd, e dell’uomo solo al comando che impone il suo volere al popolo stupido e cattivo, ma plaudente (o bastonato). Un modo di pensare che da Putin a Trump, da Orban a Kaczynski, a Erdogan, va diffondendosi anche in Europa. Noi rigettiamo con sdegno questo modo di pensare. Un paese che non ha una sinistra che fa la sinistra, e una destra che fa la destra, è un paese sbilanciato destinato a finire male. Non sarà dunque la Turchia entrare in Europa, sarà l’Italia a entrare… in Turchia.