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Riforma Madia, requisiti di capitale più alti per gestire servizi digitali e Pec. Piccole aziende: “Lo Stato ci taglia fuori”

Il decreto sulla pubblica amministrazione digitale impone di avere un capitale sociale di almeno 5 milioni, mentre oggi l'asticella è fissata a 1 milione per i gestori di Posta elettronica certificata e 200mila euro per i conservatori di documenti digitali. Decine di piccole società saranno escluse dagli elenchi. Assoprovider ha annunciato ricorso. Nel 2015 il Tar ha annullato una norma simile perché "illogica" e "discriminatoria"

La riforma che secondo il ministro Marianna Madia dovrebbe spianare la strada a una pubblica amministrazione più semplice e rapida nel rispondere ai cittadini ha un effetto collaterale: manda fuori mercato decine di piccole e medie imprese. A causa dei nuovi requisiti previsti dal decreto che modifica il Codice dell’amministrazione digitale (Cad) risalente al 2005, infatti, una trentina di società perderanno l’accreditamento come “conservatori di documenti informatici” e altre dieci usciranno dall’elenco dei gestori di posta elettronica certificata (pec). “Alzando l’asticella del capitale sociale“, attacca Dino Bortolotto, presidente dell’associazione che raccoglie gli operatori indipendenti dei servizi internet e di connettività (Assoprovider) che è già sul piede di guerra con un ricorso, “lo Stato ci ha esclusi dalla partita, lasciandola in mano a pochi player, quelli economicamente più forti”.

Il nodo riguarda proprio l’ammontare minimo del capitale sociale. Fino a oggi ai gestori di posta elettronica certificata (sistema di trasmissione che consente di inviare documenti e messaggi mail con valore legale) era richiesto un capitale superiore a 1 milione di euro, mentre per i certificatori della firma digitale l’asticella era di 10 milioni. Molto più basso il requisito imposto ai conservatori accreditati, cioè le aziende che conservano documenti informatici per conto di terzi, compresa la pubblica amministrazione, e certificano la “conformità” dei processi di conservazione: per loro attualmente bastano 200mila euro. Tant’è che negli ultimi dieci anni decine di piccole e medie imprese attive nel settore informatico, con un capitale pari o poco superiore a quella cifra, hanno chiesto e ottenuto dall’Agenzia per l’Italia digitale di essere inserite nell’elenco.

Il decreto legislativo varato dal Consiglio dei ministri il 20 gennaio, che modifica e integra il Cad, spariglia le carte perché elimina le distinzioni tra gestori di pec, gestori dell’identità digitale, certificatori accreditati (ribattezzati “prestatori di servizi fiduciari qualificati”) e conservatori di documenti informatici: dovranno tutti dotarsi di un capitale sociale “non inferiore a quello necessario ai fini dell’autorizzazione all’attività bancaria” (…) “in qualità di banca di credito cooperativo“. In base al testo unico della finanza, sono 5 milioni di euro. Così le maglie si allargano per i certificatori, ma si stringono per tutti gli altri. Con il risultato che vengono spazzate via dall’elenco dei conservatori più di 30 piccole società, dalla palermitana Arancia Ict alla bolognese Unimatica, e da quello dei gestori di Pec ne saltano nove su 25. Compresa Aci Informatica, società per azioni che fa capo all’Automobile Club d’Italia, e Ancitel, la società di servizi dell’associazione dei Comuni italiani. Restano in campo invece big come ArubaFastweb, Infocert e Poste Italiane, mentre la lista dei conservatori accreditati ne esce più che dimezzata a vantaggio di Almaviva, Engineering, la società di informatica delle Camere di commercio InfocamerePostel (gruppo Poste), Telecom Italia Trust Technologies e una manciata di altre grandi aziende.

Fulvio Sarzana, legale che sta seguendo il ricorso di Assoprovider contro il decreto, parla di “una tagliola che rischia di desertificare completamente il panorama delle imprese italiane che vogliono investire nel digitale”. Peraltro il governo Renzi è andato dritto per la sua strada nonostante l’anno scorso il Tar del Lazio, in seguito all’impugnazione di Assoprovider e dell’associazione delle imprese Ict (Assintel), abbia annullato  l’articolo 10 del decreto del 24 ottobre 2014 che imponeva un capitale non inferiore ai 5 milioni alle società che vogliono operare come “identity provider“, nell’ambito del Sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale di cittadini e imprese (Spid). Quello che, stando agli auspici, dovrebbe consentire di accedere ai servizi online della Pubblica amministrazione tramite un pin unico. Il tribunale amministrativo ha definito la richiesta dell’esecutivo “illegittima” in quanto “discriminatoria e lesiva della libera concorrenza“, oltre che “illogica“, perché non c’è “correlazione tra la capacità economica e la competenza professionale”. Ora è atteso il pronunciamento del Consiglio di Stato, perché la presidenza del Consiglio ha fatto a sua volta ricorso.

Secondo indiscrezioni il ministro Madia, dopo le critiche degli operatori e davanti alla spada di Damocle del nuovo ricorso, sta valutando se aprire ora una consultazione sull’ultimo Cad. Gli scogli da superare non si limitano ai requisiti di capitale: il decreto mostra evidenti limiti anche sul fronte della presunta e più volte annunciata “rivoluzione” nel rapporto tra cittadini ed enti pubblici. Basti dire che il termine per dotare tutti gli italiani del pin unico necessario per accedere ai servizi è fissato al 31 dicembre 2017, ma questo solo a patto che entro quella data gli 8mila Comuni riescano a far confluire i dati dei residenti in un solo database. Non fa ben sperare la parabola della carta d’identità elettronica, promessa dall’allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini nel lontanissimo 1997: la distribuzione sperimentale è iniziata solo a gennaio di quest’anno.