Politica

Unioni civili, M5s e la paura di scegliere al tempo dei sondaggi

“Un leader vero non si preoccupa di guardare i sondaggi, li cambia con il coraggio di ciò che deve dire e deve fare”
(Il presidente del Consiglio Matteo Renzi parlando alla Leopolda, Firenze, 13 dicembre 2015)

“Ci ha chiesto se voteremo compatti. Le ho risposto di sì. Sono stanco delle balle che si scrivono sui quotidiani servi di qualcuno”
(Il senatore del M5s Alberto Airola, dopo aver gridato “Sì!” nei corridoi del Senato alla senatrice del Pd Monica Cirinnà, prima firmataria del ddl sulle unioni civili, 3 febbraio 2016)

Quando Matteo Renzi, nell’ottobre 2013, inaugurò a Bari la campagna elettorale per le primarie che avrebbe stravinto mandò un messaggio implicito al presidente della Repubblica Napolitano e soprattutto agli elettori dicendo che amnistia e indulto erano un gigantesco errore: “Come facciamo a spiegare ai ragazzi il valore della legalità, se poi ogni sei anni quando abbiamo le carceri piene buttiamo fuori qualcuno?”. Eppure Renzi, pochi mesi prima, aveva firmato un appello in sostegno di Marco Pannella che stava facendo uno dei suoi scioperi della sete per l’amnistia. Cosa era accaduto? Era accaduto che nel frattempo erano usciti un po’ di sondaggi. Uno di questi, pubblicato dal Corriere della Sera, diceva che quasi 3 intervistati su 4 erano contrari a qualsiasi provvedimento di clemenza per i detenuti. Il talento di Renzi ad annusare il vento e ad origliare la voce del popolo è materiale di analisi, critica ed ironia ormai da anni. Su Silvio Berlusconi e la costruzione dei suoi successi anche grazie alle rilevazioni demoscopiche si può sorvolare per risparmiare tempo e spazio: “Sì, avete capito bene, aboliremo l’Ici” del 2006, secondo alcuni esperti del settore, valse tra l’1 e il 3 per cento, cioè tra circa 400mila e un milione di voti in più.

I sondaggi, insieme alle piazze, hanno fatto lo stesso effetto sul Movimento Cinque Stelle. I senatori del M5s, per volere dei vertici, potranno esprimersi su tutto ciò che riguarda il disegno di legge Cirinnà con libertà di coscienza, cioè come gli pare, anche al voto finale sull’intera legge. Questa volta niente vincolo di mandato, su niente. E’ la stessa posizione decisa da Silvio Berlusconi per Forza Italia, divisa tra l’ala clericale e quella liberale. I Cinque Stelle avranno una posizione “ufficiale” addirittura più lasca del Pd che lascia libertà di coscienza soltanto sull’adozione del figlio del partner – la stepchild adoption – per via delle spaccature tra cattolici e laici che tutti conoscono. Per giunta la “libertà di coscienza” con la proposta di estensione di alcuni diritti c’entra come il cavolo a merenda. Non è bioetica, sono diritti civili.

I vertici del Pd (Renzi, Guerini) hanno esplicitamente dato preferenza per mantenere il testo così com’è, adozione compresa, anche se non se n’è accorto quasi nessuno, sempre per non spendersi troppo su una partita incerta. D’altra parte le divisioni interne ai democratici raffigurano l’epicentro di uno scontro che da tecnico-parlamentare è diventato nazional-popolare. Il discorso sull’estensione dei diritti è uscito dal Palazzo e è entrato nelle case e di conseguenza le piazze riempite prima dai pro e poi dai contro suggeriscono quello si vede in molti sondaggi.

L’ultimo è di Ixè per Agorà e ha terrorizzato mezzo Parlamento. Non solo i favorevoli alle unioni civili sono una maggioranza risicata (50 a 43 con un 7 che non sa), ma i contrari alle adozioni a omosessuali sono 3 su 4. L’altro dato è che man mano che il tema è diventato conosciuto – anche se con la rozzezza delle manifestazioni e degli studi tv – i favorevoli alle unioni civili sono diminuiti e i contrari alle adozioni sono aumentati.

Solo così è possibile spiegare la balbuzie dei tre partiti principali, buon ultimo il M5s. In particolare è l’unica spiegazione ragionevole visto che il testo del ddl Cirinnà è stato illustrato per la prima volta al Senato a ottobre, calendarizzato in una conferenza dei capigruppo di dicembre, rinviato un paio di volte per motivi diversi durante il mese di gennaio e infine discusso per 4 giorni della scorsa settimana nell’Aula del Senato. Ciononostante tutti i dubbi sulla delicata coscienza dei senatori sono venuti fuori negli ultimi 20 giorni. Il primo a cambiare idea – capirai la novità – è stato Berlusconi che è passato dall’essere d’accordo, all’essere contrario alla concessione della libertà di coscienza ai parlamentari. Poi sono usciti allo scoperto – dopo avere atteso nel silenzio per settimane – i 30 senatori del Pd cattolici che hanno fatto partire nuove trattative dentro il partito, dentro la maggioranza e dentro le Camere su un argomento discusso in Parlamento per due anni (anche se su un altro testo).

Infine ecco il blog di Beppe Grillo, solo ora, solo ieri, a pochi giorni dalle votazioni decisive. Per innumerevoli volte in queste settimane i senatori M5s hanno chiarito – anche con un po’ di comprensibile stizza – che il ddl Cirinnà era il minimo sindacale, sotto quel livello di diritti era inutile andare, il testo non si doveva toccare e se fosse stato modificato in peggio non lo avrebbero votato. Tanto più che gli iscritti erano già stati consultati sull’impianto generale della questione. “Sia ben chiaro che se impoverito non lo votiamo” aveva detto il senatore Alberto Airola. “Non si può scendere oltre un minimo livello di garanzie dei diritti – aveva aggiunto – Tra di noi del M5S abbiamo chiarito le questioni e non ci sono sorprese”. E il collega Nicola Morra, ex capogruppo, aveva fatto sentire la voce dei “cattolici del M5s”. Luca De Carolis su questo giornale gli ha chiesto due giorni fa se gli andava bene la stepchild adoption: “Assolutamente sì – ha risposto lui – Bisogna mettersi nei panni dei bimbi. Il rischio è che tanti bambini vengano sottratti a legami affettivi consolidati da anni, per essere immessi nel circuito delle case famiglie e degli istituti, che io ben conosco. E poi cerco di essere cristiano ed esserlo significa anche non giudicare”. Su un altro giornale ha precisato che coloro che nel gruppo hanno espresso dubbi sono stati in due. I cinquestelle, a riprova di questo atteggiamento, non hanno presentato emendamenti, un precedente per una forza d’opposizione così combattiva.

Così appare un messaggio agli elettori e non per gli eletti. Ne resta che la domanda per tutti i partiti – M5s compreso – è se è giusto che le piazze e i sondaggi facciano paura. Se possano, cioè, condizionare le scelte di una forza politica che ha già suoi rappresentanti in Parlamento, dopo aver raccolto milioni di voti su un programma, in base a un insieme di idee, a un progetto proposto alla comunità su dove deve andare il mondo, se da una parte o da un’altra. Di come dentro questo mondo ci devono, anzi ci possono stare le persone. Quindi soprattutto su temi ritenuti “sensibili” come quelli sui diritti civili da estendere ad una quota di cittadini.

I partiti che hanno paura di perdere voti sono più preoccupati di tutelare se stessi rispetto a fare scelte che possono cambiare il posto in cui vivono i cittadini. Rappresentano una classe dirigente che non ha il coraggio di prendersi la responsabilità di dirigere, da una parte o da un’altra, tra milioni di scelte. E una classe dirigente così può anche essere onestissima e incorruttibile, ma non serve a niente.