Cinema

Giornata della memoria 2016: ‘Il figlio di Saul’, senza mediazioni fino ai confini dell’orrore

Si può raccontare ancora qualcosa che ha riempito migliaia di pagine, fotogrammi, tele e teche? Forse, ma serve radicalità, coraggio e talento. Non si può ergersi come nani sulle spalle dei giganti, ma quei giganti bisogna abbatterli, senza cincischiamenti, senza clemenza alcuna. Per raccontare la Shoah come nessuno prima, László Nemes è la persona giusta.

Ungherese, figlio d’arte, classe 1977, è stato assistente alla regia del sommo Béla Tarr, uno che non ti insegna solo a fare cinema, ma a guardare il mondo, appunto, come nessuno aveva fatto prima: dopo Dziga Vertov, l’uomo con la macchina da presa a cavallo tra ‘900 e anni 10 è Tarr. Ma Nemes non lo idolatra, lo assiste per due anni, girando al contempo alcuni corti, poi passa da Parigi a New York, ancora Parigi e infine Gerusalemme: il progetto sul tavolo è Il figlio di Saul, Nemes lo scrive a quattro mani con Clara Royer.

Tocca essere iconoclastici, non solo fregarsene, ma demolire il corpus sulla Shoah, e non pare Nemes abbia fatto fatica: il regista dice di aver sempre trovato frustrante la mitizzazione filmografica sui campi e dichiara un’unica ispirazione, Va’ e vedi del russo Elem Klimov (1985). Non finisce qui: prima l’ancoraggio familiare, poi quello allo Zeitgeist. Nemes ha avuto parte della famiglia assassinata ad Auschwitz, e il legame biografico l’ha portato a cercare la massima aderenza storica, a basarsi sulle testimonianze di veri membri dei Sonderkommando di Auschwitz, già raccolte ne Le voci sotto la cenere ovvero i Rotoli di Auschwitz.

Il secondo appiglio rimanda a quel fortunato sottogenere pornografico che va sotto il nome di P.O.V., acronimo di Point of View, punto di vista: soggettive e false soggettive del protagonista maschile, per cui quel che vediamo noi spettatori è quello che vede lui. Ma la prevalente soggettiva, grimaldello per scassinare “il film sull’Olocausto”, qui non è solo accorgimento formale, intenzione prospettica, bensì, dispositivo ideologico e, perdonateci il parolone, euristico: non casualmente, l’equivalente letterario di Son of Saul, Le Benevole di Jonathan Littell, narra in prima persona la storia di Maximilien Aue, un ufficiale delle SS.

Anche questo un esordio, fa della soggettività il piede di porco per farci entrare, dalla parte dei criminali, nell’inferno della Soluzione Finale: funzionanti quali campo e controcampo, Son of Saul e Le Benevole trovano sotto la cenere di troppi film e libri identici il fuoco che ancora brucia della Shoah. E ci si ustiona, perché dietro qualche – necessario – compiacimento formale, fanno male.

Nemes inquadra il funzionamento dell’Olocausto, lo sterminio e lo smaltimento dei “pezzi”, i cadaveri nel gergo nichilista delle SS.

Ottobre 1944, campo di Auschwitz-Birkenau, Saul Ausländer (Géza Röhrig), ebreo ungherese, fa parte di un Sonderkommando, ovvero assiste le SS nell’Olocausto: accompagna altri ebrei nelle camere a gas, li rassicura, li fa spogliare per la doccia che non ci sarà. Quindi, estrae i cadaveri, li inforna e pulisce.

Mentre fervono i preparativi della rivolta, Saul ravvisa nel cadavere di un ragazzo il proprio figlio, e tenta l’impossibile: salvarlo dalle fiamme per dargli degna sepoltura.

Vincitore del Grand Prix a Cannes 2015, del Golden Globe e, assai probabile, dell’Oscar al film straniero, dà occhi nuovi, i nostri, alla Shoah: formato dell’immagine quasi quadrato, macchina a mano a tallonare Saul, nessun campo totale, bensì inquadrature ravvicinate, parziali, micidiali e immersive.

Tra il caldo dei forni, il sudario del figlio, i seni dei cadaveri scorciati, le esecuzioni e la fabbrica dell’intesa estinzione di massa, Son of Saul ci riporta in carne, ossa e dolore alla fine dell’uomo. Carnefice e vittima insieme, il Sonderkommando abita una no man’s land, letteralmente la terra dello sterminio, e Nemes non fa nulla per eludere la geometrica mattanza: il fuoricampo è sinistramente evocativo, sentiamo l’odore della carne bruciata, il fumo ci riempie la gola, offusca gli occhi. Ma stiamo con Saul, fino alla fine: in un universo di morte dare sepoltura è l’unica forma di vita. Non perdetelo, Il figlio di Saul è un film che rimarrà.