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Grecia, Schengen come il memorandum: quando la politica è un bluff

Migranti 675

Il nodo immigrati? Lo scioglieranno come hanno fatto con la crisi economica greca: con una falsa soluzione che aggrava lo status quo. La miopia politica di chi, anziché prevenire disagi, ha preferito epitetare come Cassandre coloro che due anni fa lanciavano l’allarme sui 500mila profughi pronti a salpare da Smirne, esplode oggi nella sciocchezza di voler isolare la Grecia escludendola (seppur temporaneamente) da Schengen. Attrezzare un cordone sanitario nell’Egeo nella speranza che Atene sia costretta così a aprire hot spot e quindi a evitare l’invasione sulla dorsale balcanica è da ingenui, oppure da furbi.

Davvero si pensa che disattivando la libera circolazione solo in Grecia si riuscirà a isolare un fenomeno dalle dimensioni macroscopiche, che sta costando tre miliardi di euro alle casse degli Stati membri per un regalo ingiustificato alla Turchia? E perché allora non si impone a Erdogan di stoppare il flusso incontrollato di carni e braccia? Forse perché l’alleato di Ankara rappresenta ancora un player incontrastato nella macro regione mediorientale?

La testa di Bruxelles in questo frangente non solo sta sbagliando ricette ma, come con la crisi finanziaria detonata cinque anni fa nell’assurda sorpresa generale, propone soluzioni tampone che peggiorano il problema. E’come voler combattere un cancro con un’aspirina. Ieri si è scelta la strada di un memorandum che droga la Grecia, costringendola a prestiti che tutti sanno non potrà mai onorare: un’alimentazione e idratazione forzata che ne rallenta l’agonia, a spese di tutti.

Oggi si intende sigillare Atene lasciandola da sola a gestire un numero sempre più incontrollato di profughi. Quando illustri esponenti dell’euroburocrazia sostengono che la messa in discussione di Schengen equivale alla distruzione dell’Europa, dimenticano di aggiungere che anche l’immobilismo o un movimento in senso contrario è altrettanto deleterio per quel vecchio Continente che avrebbe avuto bisogno di visioni e non di un così rapido allargamento, di strategie ponderate e non di sanzioni, di dialoghi fruttuosi e non di accordi sotterranei come il Ttip, di profitti per gli Stati membri e non di politiche disarticolate come il casi libici e siriani dimostrano.

Come ha osservato Berthold Kohler sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, la posta in gioco in questa assurda partita è la pace, ma anche la libertà dei singoli individui e la prosperità di un continente. Tutti fattori che fino a ieri erano dati per scontati, ma che da oggi se vorranno avere un futuro avranno bisogno di un piano C, visto che le due strade tradizionali, l’integrazione tout court e la politica dei muri di confine, non sanano la ferita. La prima perché, senza regole certe e con lo scarso coordinamento affiorato nell’anno passato, c’è solo il caos e il rischio infiltrazione terroristica (la mano del Bataclan ha viaggiato indisturbata dalla Grecia all’Italia). La seconda perché la violenza ideologica di nuovi muri finirà di distruggere un’Europa le cui fondamenta gettate dai padri costituenti sono state violentate da una classe dirigente inadeguata e a tratti imbarazzante.

E allora quando 20mila trattori bloccano la Grecia contro la riforma previdenziale, quando nella splendida isola di Lesbo i pochi poliziotti hanno il sostegno solo delle Ong e le quotidiane provocazioni dell’aeronautica turca, quando dei suicidi greci da crisi non se ne occupa più nessuno, quando un terzo di cittadini greci vive con meno di 10mila euro all’anno e senza garze e pomate negli ospedali, beh significa che l’Europa è già sulla strada del dissolvimento. Non solo politico ma, ed è più grave, soprattutto sociale e ideale.

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