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Kuwait, il pugno di ferro contro chi osa contestare l’emiro

In un rapporto pubblicato il 16 dicembre, Amnesty International ha denunciato la progressiva riduzione, a partire dalle “primavere” del 2011, degli spazi dove poter esprimere il dissenso. Negli ultimi cinque anni, secondo il rapporto, decine di attivisti, oppositori politici e difensori dei diritti umani sono stati arrestati, processati e condannati. La repressione ha preso di mira per prima la comunità bidun, della cui apolidia per costrizione abbiamo già parlato in questo blog.

L’anno successivo è stata la volta delle manifestazioni convocate sotto lo slogan Karamat Watan (“La dignità della nazione”), in cui migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro lo scioglimento del Parlamento, la nuova legge elettorale e la corruzione presente all’interno del governo.

Oltre a scatenare in piazza le forze di sicurezza, nell’ottobre 2012 il governo ha fatto arrestare Musallam al-Barrak, uno dei più influenti parlamentari dell’opposizione. La sua colpa è di aver chiamato direttamente in causa l’emiro Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah in un discorso pubblico. A un certo punto del procedimento giudiziario, al-Barrak si è trovato ad affrontare 94 distinti capi d’accusa. Condannato inizialmente a cinque anni, in appello la pena è stata ridotta a due per essere confermata in via definitiva nel maggio di quest’anno.

Nel 2013 e 2014 sono entrate in vigore nuove norme repressive sui mezzi d’informazione tradizionali, alcuni dei quali sono stati chiusi, e sui social media. Di fatto, oggi, parlare dell’emiro senza autorizzazione è un reato. Questo riguarda sia la diffusione di notizie non ufficiali, sia la scrittura di post e tweet, sia le manifestazioni.

Nell’aprile 2013, 67 persone scese in piazza per manifestare solidarietà a Musallam al-Barrak ripetendo parola per parola il suo discorso dell’ottobre 2012 sono state arrestate e poi incriminate per “offesa all’emiro”.

Complessivamente, negli ultimi due anni almeno 90 persone sono finite sotto processo per “offesa” o “insulto all’emiro” o ad altri leader arabi o per commenti ritenuti “lesivi” nei confronti delle autorità di governo. Altre sono state arbitrariamente private della cittadinanza. Nel 2016 è prevista l’entrata in vigore di una nuova legge sui reati elettronici. L’ha annunciata, con una serie di tweet (l’ultimo dei quali il 9 dicembre) il ministro dell’Interno, ricordando agli utenti di Twitter l’obbligo di rispettare “la morale pubblica e le leggi del paese” e ammonendo che la legge sarà implacabile contro “tutto ciò che è dannoso per il paese”.

Intanto, il difensore dei diritti umani Abdallah Fairouz è già in carcere, con la prospettiva di passarvi cinque anni seguiti dall’espulsione dal paese, per aver scritto su Twitter che nessuno dovrebbe beneficiare dell’immunità dai processi giudiziari solo perché risiede in un palazzo reale. Rana al-Sa’doun, invece, sta ricorrendo in appello contro la condanna a tre anni che le è stata inflitta quest’anno a giugno per aver pubblicato su YouTube il famoso discorso dell’ottobre 2012 di Musallam al-Barrak.