Società

Padri, proviamo a guardarli da vicino: Solesin e Tagliata a confronto

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I padri – Per quanto annunciatane più volte la morte e, almeno per il doppio delle volte, averne celebrato il funerale, i padri continuano ad essere importanti – perlomeno a detta di psicologici, pedagoghi ed educatori – nel processo formativo delle persone.

Tralasciando le amenità sullequivalenza delle famiglie mono genitoriali, ovvero omo genitoriali, almeno dal punto di vista della psicoanalisi sembrerebbe essere soprattutto il padre ad avere il compito di guidare i figli quando questi iniziano a rivolgere la loro attenzione al di fuori della famiglia aiutandoli, soprattutto, a sviluppare due funzioni psichiche complementari: di proibizione (“quello che dovrei essere) e di aspirazione (“quello che vorrei essere”). Se la seconda funzione, quella di aspirazione, spinge a superare le limitazioni intellettuali ed emotive che legano i figli alla famiglia ed è il padre che deve trasmettere ai figli la fiducia in se stessi per affrontare la vita, è con la prima che si aiuta il giovane a formarsi una coscienza morale, a interiorizzare i confini tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, ad assumere come propri quei ‘noche provengono dal padre. “Tutti noi – dice Giovanni Bollea in Le madri non sbagliano mai – ricordiamo come il nostro primo codice morale si sia formato sullesempio dei genitori, ma soprattutto del padre.

Senza voler esprimere alcun giudizio di valore, allora, proviamo a guardarli questi padri di oggi, nellesercizio delle loro funzioni nelle due emblematiche espressioni che abbiamo avuto sotto gli occhi in questi ultimi giorni. Guardiamo, ad esempio, quella piazza San Marco a Venezia dove si sono svolti i funerali di Valeria. Guardiamo la sobrietà di comportamento e la compostezza di tutte quelle persone accorse per onorare la memoria di un sorrisoamorevole quanto contagioso. Ascoltiamo il silenzio di una piazza dove non c‘è odio né parole di vendetta ma solo di umana pietà. Ma, soprattutto, riascoltiamo le parole di papà Alberto quando dice: In questi giorni ho letto che siamo stati un esempio. Se questo è stato vero, anche solo in minima parte, voglio dedicarlo a tutti i Valeria e Andrea che non si arrendono.

Oppure quando, abbracciato a sua moglie, ha voluto ringraziare i rappresentanti delle religioni, cristiana, ebraica e musulmana presenza compiuta in questa piazza e simbolo del cammino degli uomini nel momento in cui il fanatismo vorrebbe nobilitare il massacro con il richiamo ai valori di una religione e, ancora,Ripensando a Valeria non voglio isolarla dal suo contesto parigino, dall’Università e dai bistrot dove tanti ragazzi immaginano un futuro migliore. In questi giorni acerbi – ha concluso papà Alberto – abbiamo avuto uno straordinario senso di vicinanza, un pensiero che ora vogliamo rivolgere alle altre famiglie delle vittime.

Odio, rancore, senso di rivalsa e di vendetta, sono assenti da piazza San Marco e dalle parole di papà Solesin da cui, al contrario, escono solo pensieri di solidarietà e di conforto per chi ha subìto la sua stessa prova. Papà Solesin, anche nel momento del dolore e della prova non abdica al suo ruolo di educatore ma lo porta a un livello più alto, quasi planetario, invitando ciascuno a fare il proprio dovere, prima di tutto i giovani a cui chiede di non arrendersi alla violenza e allineluttabilità della vendetta.

Propone a tutti i ragazzi quegli obiettivi alti che la sua Valeria ha imparato a vivere dal suo esempio, dalla sua vita.

Tutto il contrario di papà Tagliata, che trova niente di meglio da fare – di fronte al figlio che uccide due persone – che minimizzare, addossare responsabilità, declassare a tragica fatalità e, infine, giustificareil gesto di suo figlio con la rudezza del sistema educativo del padre morto, quello della fidanzata minorenne di suo figlio, che – a suo dire – includeva la segregazione. Un padre, figlio a sua volta, che ha bisogno di essere scagionato a priori, con una lettera di Antonio (il figlio) scritta – a suo dire – prima di uscire per andare a fare giustizia di un padre che sta svolgendo il suo ruolo di educatore.

Le azioni e le modalità dei due padri e dei due figli non possono essere giudicati, nel bene e nel male, in maniera neutra, non fosse altro che per i risultati prodotti dai diversi modelli di vita, prima che di educazione. Ogni altro padre, anzi, dovrebbe essere chiamato a schierarsi e scegliereda che parte stare e a quale categoria di padre appartenere. Purtroppo, il senso comune, in questi giorni, ha prodotto solo giurie popolari diffuse che hanno deliberato consensi e abiure. Qualcuna (giuria popolare) si è spinta, addirittura, a contestare, con garbo, papà Solesin dandogli del santo laicoperché – si sa – si diventa santiper le proprie virtù eroiche e gli eroi sono pochi mentre la normalità” di tutti gli altri non riesce ad andare oltre il codice di Hammurabi.

Certo, nessuno – apertamente – ha difeso laltro padre, quello di Antonio e, anche se ho sentito nessun commento positivo sul suo modo di giustificare loperato di suo figlio, la maggioranza del mondo dei sani, dei normali, di quelli che non finiscono (fortunatamente) sui giornali, si è indignato, altresì, perché un pm sta indagando un uomo che ne ha ucciso un altro, di professione ladro, perché sostiene la legittima difesa di chi ha tutelato, non la sua vita in pericolo, bensì le sue proprietà.

Un atteggiamento che fa il paio con le migliaia di padri che, a spada tratta, son pronti a denunciare gli abusi scolastici verso i propri figli salvo derubricare, aiutati dal laissez faire diffuso, quelli che gli stessi operano contro i figli degli altri.

Io, personalmente, sto con papà Solesin e mi auguro che in molti riprendano a lavorare per educare persone per bene anche con il rischio di crescere, nei fatti, dei disadattati.