Società

‘Livorno è la città d’Italia dove, dopo Roma e Ferrara, mi piacerebbe più vivere’

“Il M5s alla prova dei fatti si rivela incapace di governare”
(una delle 10mila dichiarazioni dei parlamentari del Pd, il partito di sinistra che ha governato da sempre la città, lasciando indebitata Aamps, un’azienda che raccoglie rifiuti)

“Ho ascoltato, in particolare, il grido di allarme dei lavoratori di Aamps, delle aziende dell’indotto e della Trw, da cui è emerso un quadro drammatico di come l’amministrazione Nogarin stia gestendo le questioni relative al rilancio delle aziende della città”
(il sottosegretario Silvia Velo, Pd, dopo che, negli ultimi anni, sono stati chiusi gli stabilimenti più importanti della metalmeccanica e che per Livorno è stato aperto un tavolo di crisi al Ministero: i disoccupati a giugno erano 33mila su 160mila abitanti)

“Quello che si sta propagandando a Livorno è una menzogna totale. Si mostrano due cassonetti pieni come se fossero un’emergenza sanitaria”.
(nota dei parlamentari toscani del M5S e delle commissioni Ambiente Camera e Senato, 30 novembre).

“I lavoratori sono in agitazione permanente, non in sciopero, ma nessuno esce a fare il servizio e la città è sottosopra. Il garante dello sciopero dovrebbe dire qualcosa, altrimenti ognuno fa ciò che vuole”
(il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, il giorno dopo, intervista a Radio24)

“Mi importa un cazzo di questi stronzi qui”
(l’assessore al Bilancio di Livorno Gianni Lemmetti, durante il Consiglio comunale su Aamps. Dopo ha precisato che non era riferito ai lavoratori)

Siccome la situazione di Livorno pare grave ma non seria, volevo dirla anch’io, dall’alto di un ciufolo, una cosa un po’ buttata lì, così come hanno fatto tutti i politici di tutti i partiti in questi giorni. Per esempio.

Livorno è Marco Coltellini, che per primo stampò Dei delitti e delle pene.

E’ Federico Maria Sardelli, compositore, direttore d’orchestra, uno dei più grandi conoscitori di Antonio Vivaldi, incisore, pittore, autore satirico. In una parola, un orgoglio.

E’ la scogliera del Romito, che sembra immortale da millenni, il Vernacoliere, la topa, ce lo puppano, so una sega, quel modo di parlare lì, le elle, le c mozzate. Sono le fortezze dei Medici, il cuore della Venezia – il suo quartiere più bello -, è il lungomare sbattuto dalle onde, salire sulla panoramica di Montenero e guardarla da lassù, insieme a qualcuno che non c’è mai stato.

Livorno è il Sodalizio Muschiato, il vino di Piero Ciampi, il sole che scappa dietro al Castel Sonnino, la rabbia sempre dentro a Amedeo Modigliani (e Argan che cade nello scherzo delle false teste di Modì fatte con un black&decker), il cinque e cinque con il pan francese, i macchiaioli, Nedo Nadi, gli Scarronzoni, i Montano, lo scudetto del basket perso alla sirena.

E’ il basilico di Salviano, i bimbetti delle Sorgenti, il caffè in baracchina e la schiacciata di piazza Roma, una gabbionata sui bagni, nel senso degli stabilimenti balneari.

Livorno sono i cimiteri dei greci, degli olandesi, degli armeni, degli inglesi, è Elio Toaff amico del Papa, il vescovo Alberto Ablondi, che si offrì alle Br in cambio di Aldo MoroCarlo Azeglio Ciampi e la riscoperta del tricolore.

E’ l’intermezzo della Cavalleria Rusticana. Sono le leggi livornine che a fine Cinquecento aprivano la città a cittadini di ogni religione mentre ora vabbè. Sono i cento livornesi che andarono con Garibaldi in Sicilia, è il cacciucco con tutte le c messe a modino, questa volta.

I casermoni dei quartieri popolari, è la Terrazza Mascagni e i bambini che ci corrono sopra, sono gli scogli dei Piloti e i ragazzetti che ci si baciano sopra.

Livorno è roba “da raccontassi a veglia”.

Non è quella che avete visto, né appoggiata accanto ai cassonetti né spiegazzata nei bilanci di quell’azienda portata al soffocamento, un “casino puttano” l’ha definita qualcuno su questo giornale. Livorno, lei, la città, è bellissima.

Livorno non è spazzatura e chiacchiericcio elettorale. E’ stata per secoli un posto pieno di libertà, prima di altri. Di solidarietà. Di comunità. Lo è ancora, forse, ma solo a volte. Più spesso se ne dimentica e trasforma la libertà in arbitrio, l’anarchia in mancanza di rispetto.

(Perché infatti, poi, Livorno è stata anche Costanzo Ciano, le sue camicie nere e la sua ganascia, le fortezze dei Medici sono belle da lontano perché dentro sono vuote, moribonde, mal tenute, una poi è quasi inguardabile, cade a pezzi, tenuta come un piazzale di un interporto, ci sono recinzioni arrugginite e scalcinate, la gabbionata viene trasformata in uno sport estremo perché ci sono sessantenni che vogliono farla alle due del pomeriggio del 24 luglio, sul cemento degli stabilimenti balneari, con conseguente spesa dei contribuenti per il notevole ricorso ai mezzi del 118, il museo dei Macchiaioli per rintracciarlo serve un medium, il lungomare è un Lungomai [108 pagine scritte da Simone Lenzi], i marciapiedi in certi quartieri sono pieni di merde di cane, la Venezia è bella, per l’amor di dio, ma solo finché la gente la sera non comincia a parcheggiarci come a un rave party della periferia di Düsseldorf, c’è un posto decadente [le ex terme del Corallo] che era bellissimo e ora è abbandonato e sfregiato da un cavalcavia, sulla scogliera del Romito d’estate non è immortale solo la bellezza della natura ma anche il notevole affollamento anche in qualche giorno feriale, Salviano l’hanno ricoperta di cemento che nemmeno Dubai, nel cinque e cinque qualcuno ci mette le melanzane, la casa di Modigliani in via Roma la trovi solo se conosci un agente del Mossad, a Coltellini – quello che stampò Beccaria – gli hanno intitolato una via piccina così, in un posto introvabile, e infine, vabbè, nei casermoni dei quartieri popolari, se si tende l’orecchio, può capitare di sentire la mascolina padrona di un cane che cerca di dissuadere il suo cucciolino dalla scelta di allontanarsi troppo: “Briciolaaa, ir culo rotto di tu’ maaa’”)

Ps. Il titolo è l’incipit di uno scritto di Pier Paolo Pasolini del 1959.