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Isis, lo jihadismo come questione europea

Ha ragione Matteo Renzi a non voler a tutti i costi seguire gli impulsi guerrafondai di alcuni paesi con buona pace delle voci critiche nostrane che vorrebbero una nazione, l’Italia, muscolosa e pronta a inviare i suoi tornado in missione punitiva contro il Califfato.

Ha ragione il nostro primo ministro quando sottolinea la necessità di avere in testa un piano post guerra quando si iniziano azioni militari. Prima però di approfondire questo argomento, vorrei ritornare su un tema che ho trattato anche nel post precedente e cioè sul carattere nostrano dello jihadismo che è entrato in azione il 13 novembre a Parigi. Tra i terroristi che sono morti o perché si sono fatti saltare in aria o perché sono caduti per mano della polizia come quelli di Saint Denis, bisogna riconoscere che la stragrande maggioranza di questi erano giovani belgi e francesi, di origine magrebina che a stento parlavano arabo. Giovani di seconda generazione, scolarizzati nei nostri paesi che parlavano il francese e che vivevano in maniera libera con qualche precedente penale, avvezzi all’alcol e alla droga.

Se non avessero quei nomi arabi avremmo detto che abbiamo a che fare con piccoli delinquenti, che in alcuni casi erano noti alla polizia anche per la loro adesione all’ideologia del Califfato. Le larghe maglie della polizia e di tutti i corpi creati per scovare questi terroristi hanno fatto cilecca e questi hanno potuto organizzare gli attentati spostandosi tra Bruxelles e Parigi senza i controlli rigorosi a cui dovevano essere sottoposti. Hanno fallito anche quelli in Grecia i cui corpi di polizia non hanno né smentito né confermato la presenza di Abdelhamid Abaaoud, la mente degli attentati, ad Atene nel mese di gennaio.

Questi criminali hanno, però, compiuto un percorso di radicalizzazione qui da noi, nelle nostre periferie degradate che registrano un tasso di disoccupazione e di delinquenza molto elevato. Ma dobbiamo chiederci, chi doveva provvedere a risolvere questo problema avviando le giuste politiche di risanamento se non lo Stato, quello stesso che oggi cerca di costruire una versione dei fatti come il tutto dipendesse da un nemico esterno, l’Isis.

Mi rendo conto che non si può affrontare una questione così complessa come quella della radicalizzazione e del terrorismo spiegandola con il solo disagio sociale, altri elementi entrano in gioco, ma intanto mettiamo un punto fermo. Qui non si tratta né di uno scontro di civiltà, né di una guerra di religione. Questi criminali che odiano il paese in cui vivono per ragioni legate alla propria condizione sociale, indossano progressivamente un abito ideologico, l’Islam radicale, che giustificherebbe il loro comportamento eversivo e le loro pulsioni di morte. Il passaggio alla radicalizzazione non è così automatico come potrebbe sembrare perché altre motivazioni entrano in gioco come ad esempio la necessità di definire una identità.

E questa spinta è talmente forte che presto o tardi, se non si farà niente, coinvolgerà progressivamente giovani provenienti dalla piccola e media borghesia. Per queste ragioni la guerra non serve a risolvere il problema del terrorismo nostrano né tanto meno a stabilizzare l’area mediorientale. Intanto sono tante le contraddizioni tra gli Stati che a tutt’oggi non si riesce a organizzare una coalizione, tra queste, la più rilevante, la fine di Assad sostenuto da Russia e Iran. La road map che si era concordata a Vienna sembra essere messa in gioco da un accordo tra Russia e Francia che pensano di aggirare l’ostacolo della mancanza di invio di truppe sul terreno servendosi dell’esercito di Assad, adeguatamente dotato di armi e consiglieri militari per combattere l’Isis. Inoltre, cosa ancora più grave, non vi è uno straccio di analisi sulla condizione del mondo arabo oggi e sul malessere che lo percorre dopo l’11 settembre e dopo le rivoluzioni del 2011. Senza queste analisi il ricorso alla guerra sarà la scorciatoia che ci farà perdere definitivamente la via maestra.