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Bruxelles, paure blindate

Una domenica strana, quella trascorsa al centro della capitale belga il 22 novembre. Strana a tal punto, da contraddire, almeno in parte, i titoloni apocalittici, sparati sulle prime dei quotidiani il giorno successivo.

Già all’aeroporto di Zaventem (Brussels National) una sensazione di vite sospese; pochissimi passeggeri, lavori in corso ovunque, e un solerte funzionario mi avverte che al centro, per questioni di sicurezza, qualsiasi attività è serrata.

Però, davanti alla prospettiva di dover aspettare la coincidenza per Roma otto ore, salgo sul treno lo stesso. A Brussels Central, la stazione principale, mi attende un autoblindo con torretta. Militari armati fino ai denti, e poliziotti, presidiano nervosi ogni angolo. Il Marriot hotel a Grand Place, espone due soldati all’entrata, e altri tre nella hall. Un’occupazione a tutti gli effetti.

Eppure, c’è gente ovunque. Lo Starbucks del piazzale davanti è gremito di turisti e locali, vocianti e sorridenti. Un gruppo di orientali assedia le forze dell’ordine per chiedere informazioni. Conversazioni in francese, fiammingo, e inglese animano i tavoli. Lo scalone che porta ai treni è gremito, gente che va e viene.

Altro che coprifuoco… se non fosse per le divise e i fucili mitragliatori che decorano il paesaggio, sembrerebbe una normalissima domenica di fine autunno. I poveri militari e il minaccioso blindato, sono bersagliati dai flash e dalle riprese di telefonini e macchine sofisticate, in quella terra di nessuno digitale, che al giorno d’oggi accomuna professionisti e amateur.

Un vero e proprio safari fotografico urbano; quando passa una squadra dei Corpi Speciali, intabarrata nei passamontagna, la gente si scatena a tal punto, che uno dei militari non regge alla tensione e reagisce malamente.

La percezione che si ha, davanti a questo spiegamento di forze dell’ordine, è quella di una parata, che mira soprattutto a rassicurare la gente.

Un’atmosfera surreale, dove non sono i soldati che cacciano i passanti, ma al contrario, questi inseguono gli uomini in mimetica, per una foto-ricordo da commentare.

Il dedalo di viuzze che porta al celeberrimo Manneken Pis (in dialetto fiammingo: il ragazzino che urina, il putto di bronzo, alto 60 cm, scolpito nel 1619) è intasato di turiste cinesi, che impazziscono per farsi un selfie con la statuetta sullo sfondo.

Il terrorismo è lontano, sembra un’invenzione dei giornali.

Eppure lunedì, leggerò che proprio quel giorno, reparti scelti hanno compiuto un maxi-blitz nel quartiere musulmano di Molenbeek, covo di fondamentalisti secondo alcuni, o rifugio di emarginati per altri, e che tutto quello schieramento bellico che ho visto al centro, non era altro che un diversivo per coprire azioni mirate. Sarà… la sensazione che si voglia provare a chiudere la stalla dopo che i buoi sono già scappati, è dominante. Prova ne sia, il fantomatico Salah, il terrorista disertore che rifiutò di farsi saltare in aria, è ancora uccel di bosco. Molenbeek rimane una zona franca di miseria e mina vagante, dove non è raro incocciare in cartelli che espongono avvisi del tipo Sharia controlled zone. Un’emarginazione alla quale le autorità han voltato le spalle per anni, così come fu nelle banlieue parigine, fino alle disastrose rivolte del 2005.

Salvo accorgersi poi che questi ghetti erano serbatoi di potenziali terroristi.

Troppo tardi ormai, per provare a migliorare lo status quo, e serrare i recinti prima della fuga dei metaforici buoi.

Foto di Flavio Bacchetta