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Attentati Parigi: quando si fermerà la violenza?

Vladimir Putin incontra Bashar Assad

Possiamo facilmente rispondere: mai. Tutt’al più possiamo controllarla, se la politica non abdica al suo ruolo di mediatrice e non rinuncia allo scopo per cui esiste, quello di preservare la pace. Il lutto per gli uomini e le donne che sono morti a Parigi per mano dei terroristi avvolge il nostro corpo, ma non possiamo lasciare cadere la nostra rabbia, né crogiolarci nel dolore. Bisogna, pur con la mancanza di conoscenza dei dettagli con cui sono stati organizzati questi attentati, cercare di ragionare sugli elementi di fondo che a mio parere caratterizzano questo momento storico.

Anzitutto dobbiamo portare attenzione ad una sura del Corano (2,191) fondamentale dell’azione dei terrroristi: “Uccideteli ovunque li troviate, scacciateli da dove vi hanno scacciati: la fitnah ( miscredenza) è peggio dell’uccidere”. E’ un passo forte e diretto che giustifica la violenza, la più atroce, anche se più avanti si attenua dicendo che il combattimento deve cessare quando l’avversario ferma lo scontro.

Una prima riflessione ci deve portare a prendere atto dell’esistenza di questo schema mentale, che evidentemente non si può applicare a tutti quelli che abbracciano la religione dell’Islam. In periodi di scontro come quello che opera oggi l’Isis, è evidente che questa sura viene veicolata come una giustificazione religiosa e ideologica dell’attacco mortale contro obbiettivi miscredenti. Inoltre, spesso le autorità religiose dell’Islam hanno avuto un atteggiamento di condanna tiepido nei confronti di atti che possiamo classificare come atti di terrorismo, favorendo una opinione pubblica incline alle ragioni del terrore.

A Parigi il terrorismo ha colpito i simboli della miscredenza: bar, ristoranti, sale dove si teneva un concerto rock, lo stadio, ma non obiettivi sensibili come ad esempio centrali nucleari, posti di polizia, parlamento, a dimostrazione del fatto che ci troviamo di fronte ad una guerra asimmetrica in cui si combatte una nazione tecnologicamente avanzata con una un terrorismo affidato a credenti che si guadagneranno il paradiso morendo da martiri.

Poi vi è l’interrogativo: perché la Francia? Le ragioni sono diverse: anzitutto il ruolo che questo Paese ha nella lotta all’Isis, oltre a l’uso disinvolto del suo esercito nelle zone di crisi. I suoi aerei bombardano le basi del califfato con la coalizione voluta dagli Stati Uniti e quindi la risposta degli estremisti islamici si organizza per rispondere a tali attacchi. E’ importante soffermarsi su questo fatto, perché contrariamente a quanto avveniva in passato, i contendenti sono degli stati: in questo modo si presenta l’Isis, che non avendo la tecnologia avanzata per una guerra vera e propria, usa la morte di uomini e donne per seminare il terrore. Inoltre la Francia è un paese laico, quindi contrario al credo degli estremisti musulmani che vogliono edificare uno stato retto dalla sharia, mentre in questo paese è fatto alle donne divieto di portare il velo integrale nello spazio pubblico. Vi è una ulteriore ragione del perché la Francia: essa è stata la nazione coloniale che ha contribuito con l’Inghilterra (sulla base dell’accordo Sykes-Picot) alla spartizione dell’impero turco secondo criteri che l’Isis contesta fortemente. Questo atteggiamento colonialista che ha caratterizzato la storia dei rapporti tra mondo arabo e occidente sembra appartenere ad altri tempi, ma i suoi effetti si fanno sentire ancora oggi, non solo come messaggio propagandistico, ma come realtà.

Non bisogna dimenticare che nelle sue azioni terroristiche, l’Isis fa sempre il ricorso ad una simbologia che richiama il riscatto che il popolo arabo deve compiere verso l’Occidente. Ora la politica, quella che avrebbe dovuto lavorare per la pace, è caduta nella tentazione di risolvere vecchi problemi con la guerra senza sapere cosa fare dopo. Si veda il caso della Libia, e non solo: gli interventi sono stati fatti per rispondere a logiche di politica interna o di posizionamento internazionale. Si veda l’irruzione della Russia di Putin e i suoi bombardamenti contro le postazioni dei ribelli anti Assad, e non contro l’Isis. A quale logica risponde quest’ atteggiamento? Oltre a una difesa di Bachar al –Assad , a un mantenimento della presenza russa in Siria insieme all’affermazione di un ruolo di potenza della Russia. E mentre altri protagonisti si affacciano sulla scena Medio-Orientale, come l’Iran, le contraddizioni in cui si trovano le potenze occidentali sono enormi.

La situazione è fortemente compromessa perché l’Europa e gli Stati Uniti non hanno saputo accompagnare il grande cambiamento che si affacciava nel mondo arabo con le rivoluzioni del 2011. E per un lungo periodo ne pagheremo le conseguenze.