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Doping di Stato, Wada contro Russia: “Agenti segreti si sono finti tecnici di laboratorio per proteggere il sistema”

Oltre all'utilizzo sistematico di sostanze illecite, l'Agenzia mondiale ha evidenziato anche i ricatti agli atleti in odor di doping: richieste di denaro per coprire la positività ai test. L'imparzialità del laboratorio di controllo è stata compromessa “dalla sorveglianza interna del Fsb durante i Giochi olimpici di Sochi”

È tutto come nel film”. Ha liquidato così le 320 pagine di report dell’Agenzia mondiale antidoping, il ministro dello Sport russo Vitaly Mutko. Il “film” in questione sarebbe in realtà una colossale inchiesta giornalistica della tv tedesca Ard che ha dato avvio alle indagini della Wada su quello che oggi la stessa Agenzia non esita a definire “doping di Stato”. Su un aspetto, però, Mutko ha certamente ragione. Lo scenario descritto dalla Commissione indipendente ha tutti i tratti di una spy story. Si parla di servizi segreti camuffati da tecnici di laboratorio alle Olimpiadi di Sochi, di 007 dell’Fsb fisicamente presenti nelle stanze del centro antidoping a Mosca, di colloqui settimanali tra il direttore e tale agente Evgeniy Blotkin per sapere come si muove la Wada. C’è un laboratorio parallelo, controllato dal Comune di Mosca, dove finirebbero i campioni d’urina prima di arrivare nella struttura autorizzata ai controlli. E quando gli ispettori piombano nel centro tecnico federale più chiacchierato vengono intimiditi e provocati. L’ex presidente della Federatletica, Valentin Balakhnichev, aveva in mano rapporti riservati della Iaaf, la federazione internazionale, e probabilmente li ha passati a un allenatore che a sua volta li usa per ricattare le atlete in odor di doping. E poi ecco lui, Sergey Portugalov, il capo della Commissione medica della federazione, figura centrale nella preparazione degli olimpionici russi e pure “nella cospirazione per coprire i positivi ai test in cambio di parte dei proventi delle loro vittorie”. È una vecchia volpe, Portugalov, “attivo dal periodo sovietico, durante la fase del doping intensivo nel corso degli anni Settanta e Ottanta”, scrivono gli investigatori. Un sottile e inquietante filo rosso lungo quarant’anni.

Il ruolo dei servizi segreti
“Le fonti della Commissione indipendente all’interno del laboratorio hanno identificato l’agente Fsb, il servizio segreto russo, come Evgeniy Blotkin e hanno riferito che il direttore del laboratorio, Grigory Rodchenkov, era tenuto a incontrarsi con Blotkin settimanalmente per aggiornarlo sullo stato d’animo della Wada”. È uno dei passaggi più forti del report, che si sofferma parecchio sul ruolo dei servizi segreti all’interno dell’unico centro autorizzato dalla Wada in Russia. La struttura prendeva “istruzioni direttamente dal ministero dello Sport” confessa una fonte della Wada. E c’era anche una presenza fisica di uomini dell’Fsb che provocava “un’atmosfera intimidatoria sui processi e lo staff” con visite regolari e i continui faccia a faccia tra il direttore Rodchenkov e l’agente Blotkin. Ma gli 007 di Mosca si sarebbero spinti oltre: “Un membro del personale del laboratorio ha fornito informazioni agli investigatori della Commissione – si legge nel report – circa il sospetto di intercettazioni ambientali e telefoniche, mentre un altro membro dello staff ha riferito che alcune parti del laboratorio sono state spiate dall’FSB in modo da essere informati circa le attività”. E alle Olimpiadi di Sochi “alcuni uomini si sono finti tecnici di laboratorio ma erano del servizio federale di sicurezza, chiamiamolo il nuovo Kgb, ovvero l’Fsb”.  E pur escludendo intimidazioni dirette o interferenze dello Stato, la commissione scrive che il laboratorio “non è operativamente indipendente dalla Rusada o dal ministero dello Sport” e che la sua imparzialità è stata compromessa “dalla sorveglianza interna del Fsb durante i Giochi olimpici di Sochi”.

Il secondo laboratorio “clandestino”
Bisognerebbe capire tra l’altro quali campioni venivano ricevuti dal laboratorio ufficiale. Già perché la Commissione ha scoperto una seconda struttura a Mosca “a quanto pare con le stesse capacità di test” e “non è credibile pensare che l’esistenza” fosse sconosciuta “alla Federazione e alla Rusada”. Il suo nome è Laboratorio del Comitato dello sport di Mosca per l’identificazione di sostanze vietate negli atleti e sarebbe servito per coprire i risultati positivi mediante distruzione o ‘pulizia’ dei campioni. “Tale evidenza è stata data in via riservata a causa della paura di rappresaglie contro i testimoni”, sottolineano i commissari.

I ricatti agli atleti in cambio di soldi
Un altro degli aspetti più torbidi evidenziati nella relazione è quello dei ricatti agli atleti in odor di doping. L’ormai ex presidente federale Balakhnichev, sospeso da febbraio, era “coinvolto nelle estorsioni alle atlete donne per coprire la positività ai test”. Gli investigatori hanno scoperto che era in possesso di report interni della Iaaf con i nomi sospetti. Una lista finita nelle mani di coach Melnikov, uno dei boss dell’atletica russa, e che sarebbe stata usata da questo per identificare atleti vulnerabili per “estorcere denaro con la promessa di nascondere le loro violazioni”. Di questi ricatti sarebbe stato una “figura centrale” Sergey Portugalov, capo della commissione medica e attivo “dal periodo sovietico, durante la fase di doping intensiva”. La Commissione si è convinta che non si tratti di “iniziative individuali” ma di “una sofisticata operazione che richiede coordinamento e complicità tra tutti i livelli dell’organizzazione e che necessita di supervisione fino ai ruoli apicali”. E sottolinea come anche l’attuale presidente ad interim Zelichenok e il nuovo capo allenatore Borzakovskiy, incontrati a Praga lo scorso marzo, si siano dimostrati “ostili e contrariati dalle indagini”.

Il centro di Saransk
E nonostante negli scorsi mesi già numerosi scossoni avessero provocato la caduta di teste, effettuare controlli antidoping in Russia continua a essere molto difficoltoso. Basti pensare a quanto accade agli ispettori antidoping che lo scorso 2 giugno si recano nel centro di preparazione olimpica a Saransk, dove si allenano i marciatori russi. Subiscono intimidazioni e provocazioni dallo staff degli atleti e dagli allenatori: “È possibile testarli solo 17 ore dopo”, scrivono gli investigatori. Ma soprattutto, annotano, all’interno della struttura è presente l’allenatore Viktor Chegin, nonostante sia sotto indagine di Iaaf e Rusada poiché un gran numero di suoi atleti era risultato positivo ai test antidoping in passato. Attorno alla sua figura era scattata la bufera – come riportato anche da ilfattoquotidiano.it – perché seguì dal vivo gli Europei di Zurigo nel 2014 nonostante l’inibizione. Sei degli atleti testati in quel blitz risultano positivi. Così ad agosto la Russia, già falcidiata dalle squalifiche, si presenta ai mondiali di Pechino senza marciatori, una disciplina dominata negli ultimi dieci anni. Anzi no. Un volo prenotato per la Cina ce l’aveva Aleksandr Yargunkin, iscritto alla 50 chilometri. Non arriverà mai a destinazione. A pochi giorni dal via, viene fermato anche a lui per uso di Epo.