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Attacco ad Ankara, il terrore turco pesa anche sull’Europa dei respingimenti /1

Turchia il giorno dopo, in piazza il ricordo delle vittime

Le immagini dell’attentato di Ankara dovrebbero suscitare molto più che lo sgomento e la costernazione che esauriscono solitamente la reazione del pubblico europeo dinanzi la rappresentazione del terrore, perché stavolta, diversamente da quanto solitamente avviene, quel terrore ha radici superficiali e una spiegazione molto più direttamente legata ai meccanismi messi in moto dai governi e dalle alleanze che essi stringono. La strage di Ankara  ̶  ma già quelle di Amed (Diyarbakir), il 5 giungo 2015, in occasione del grande comizio dell’Hdp a pochi giorni dalle elezioni, e Suruc, 21 luglio, durante la conferenza sulla ricostruzione di Kobane, la città strappata dalla resistenza curda ai miliziani di al Baghdadi – sono l’atroce e disumano risultato di un gioco di potere che ha come fine null’altro che  il potere stesso. Vita e morte non sono l’obbiettivo bensì lo strumento di conquista, le vittime non hanno rilievo in quanto vite umane strappate all’idea o al partito avverso ma perché l’orrore che generano è uno strumento di ricatto e di orientamento dell’opinione pubblica e degli equilibri politici.

Tutto ciò non è frutto dell’imporsi di un unico centro decisionale, ma il risultato di rapporti di forza complessi che imprimono agli eventi un divenire fluido, imprevedibile e tuttavia calcolato. L’impressione è quella di un gioco subdolo in cui il governo turco riesce ad ottenere ciò che vuole senza assumere il ruolo di mandante; meccanismi assecondati, indirizzati, favoriti, forse previsti ma, verosimilmente, non direttamente ordinati.

Il primo elemento da mettere in luce è che, sia o meno il governo turco direttamente coinvolto, gli stragisti hanno colpito, ad Ankara come nelle altre due occasioni sopra ricordate, manifestazioni democratiche in cui l’Hdp giocava un ruolo determinante. Terroristi e governo turco giocano la propria partita contro lo stesso nemico e questo può essere il primo sintomo, se non di un’alleanza stabilita, di rapporti esistenti e operazioni che muovono sui binari di un reciproco lasciar fare.

La strage di Ankara e l’alternativa dell’Hdp

Il corteo che avrebbe riempito le strade di Ankara chiedendo diritti, democrazia e pace doveva celebrare e rafforzare un progetto politico che non può più in alcun modo essere ridotto all’associazione tra Hdp e rivendicazioni della popolazione curda. La pace che quel corteo chiedeva era quella tra le diverse anime della Turchia. Né si può ancora ridurre la lotta dei curdi nei termini di un movimento separatista e rivolto alla costruzione di un nuovo Stato-nazione. In Turchia, l’Hdp (Partito popolare democratico), nato nel 2012 da precedenti partiti curdi, ha abbandonato la connotazione etnica fondando il proprio ragionamento politico su basi progressiste, laiche e liberali, sulla garanzia dei diritti delle donne, degli omosessuali, sul salario minimo, interpretando certo le aspettative delle minoranze etniche e religiose (curdi, armeni, aleviti, etc.) ma riuscendo ad aggregare intorno a sé l’opposizione di sinistra al governo autoritario di Recep Tayyip Erdogan e del suo partito islamico Giustizia e Sviluppo (Akp).

Alle elezioni dello scorso giugno questa opzione politica ha tolto all’Akp la maggioranza assoluta nel parlamento turco. L’affermazione dell’Hdp con il superamento della soglia di sbarramento del 10% aveva costretto Erdogan ad una mal sopportata alleanza che aveva portato per la prima volta all’ingresso di rappresentanti curdi nel governo. Insomma, un risultato ben lontano dai piani del presidente turco: occupare 3/5 dei seggi in Parlamento per avviare una stagione di riforme costituzionali che avrebbe impresso alla Turchia una svolta presidenzialista e autoritaria.

Il ruolo della politica mediorientale

La politica mediorientale del governo turco, incentrata su un’ambiguità ben calcolata, ha avuto un ruolo determinante nella rottura degli assetti risultanti dalle elezioni di giugno. Già a luglio 2015, da un lato Erdogan concedeva agli americani l’utilizzo della base aerea Nato di Incirlik per bombardare le postazioni Isis al confine turco-siriano, dall’altro intensificava i bombardamenti nel nord dell’Irak e in Siria contro il Pkk, nemico dell’Isis e impegnato nell’appoggio ai curdi siriani dell’Ypg, alleati degli Usa nella guerra al califfato. Il 21 settembre, Ali Haydar Konca, ministro degli Affari europei, e Muslum Dogan, Sviluppo, entrambi dell’Hdp, annunciano le proprie dimissioni.

Erdogan è interessato al contenimento dell’opposizione interna piuttosto che alla lotta all’Isis che, tra l’altro, è l’unico alleato possibile del presidente turco sullo scacchiere siriano. I’Isis, infatti, combatte il regime di Assad ma al tempo stesso l’Esercito libero siriano che, dal canto suo, ha dato di recente vita, proprio con i curdi dell’Ypg, alle “Forze democratiche di Siria, una nuova coalizione in funzione anti Isis. Mentre sempre meno fondate appaiono le notizie delle violenze dell’Els perpetrate nei confronti dei civili siriani, pure circolate in Occidente per un certo periodo.

Contro i curdi è rivolta dunque anche la strategia messa in campo contro il regime di Assad lasciando affluire i jihadisti in Siria attraverso il confine turco. Questo ha prodotto all’interno della Turchia un rafforzarsi del radicalismo islamico e, in Siria, rapporti ambigui con lo stesso Isis. La città curda di Kobane è il simbolo della resistenza allo Stato islamico e il progetto politico dell’Hdp, fondato sul multiculturalismo e sulla coesistenza dei popoli e delle religioni, è certo quanto di più lontano possa esistere dalla barbarie dell’Isis. Parallelamente all’appoggio ai jihadisti, Erdogan e il premier Ahmet Davutoglu hanno stretto alleanze con il Partito d’azione nazionale (Mhp), braccio politico dei Lupi Grigi, la destra xenofoba e nazionalista.

L’unico vero obbiettivo che indirizza le scelte della Turchia nella sbandierata più che reale lotta contro l’Isis è dunque l’esigenza di sconfiggere il “nemico” curdo e, più in generale, ogni forma di opposizione che intorno alla questione curda si è agglutinata e ampliata per temi e composizione.

Se abbiamo ben chiaro tutto questo, è evidente che Erdogan, abbia o meno responsabilità dirette nell’attentato, teme che il ripetersi di quanto accaduto alle elezioni di giungo possa ancora una volta impedire i suoi piani egemonici. Teme in sostanza il progetto politico dell’Hdp, l’idea del confederalismo democratico, la sua capacità di aggregare il consenso delle opposizioni, e non solo delle minoranze etniche e religiose.

La popolazione curda è così schiacciata tra il nazionalismo dei gruppi estremisti, il terrorismo dell’Isis e le operazioni militari dell’esercito turco nei quartieri e nelle città a maggioranza curda. Operazioni tese a reprimere il movimento curdo ma anche a spegnere ogni opposizione, manovrando con strumenti autoritari le vicine elezioni di novembre. Ammesso dunque che terroristi, esercito e governo turco non dialoghino direttamente, è facile che in questo contesto stiano dando vita ad un clima di reciproca legittimazioneLa manifestazione di Ankara era espressione di un “nemico” comune tanto per Erdogan quanto per nazionalisti e terroristi. Le responsabilità del governo turco nel determinare la cornice politica dell’attentato non possono essere negate; che sia o meno quest’ultimo direttamente coinvolto nella strage, il suo operare non ha per nulla contribuito ad evitarla, anzi.

In questa chiave, è chiaro a cosa tendesse la strage. I jihadisti hanno colpito il cuore dell’opposizione democratica all’Akp perché questo avrebbe determinato un inasprimento dello scontro tra il governo turco da un lato e l’Hdp e l’Ypg, l’Unità di protezione popolare nemica dell’Isis in Siria, dall’altro. L’attacco ha smosso le ben fondate accuse degli oppositori politici di Erdogan rispetto alla connivenza tra il suo regime e i terroristi, incitando un inasprimento delle proteste. Erdogan, a sua volta, più che una vera offensiva contro l’Isis ha colto l’occasione per avviare una nuova spirale repressiva contro oppositori interni, Pkk e Ypg. Questo, a sua volta, significa combattere i principali oppositori dell’Isis. È una sorta di guerra di facciata dietro cui si cela uno scambio di favori.

La violazione dei diritti umani

L’utilizzo dell’esercito per reprimere i combattenti curdi non ha risparmiato i civili. Da più parti si denuncia uno sproporzionato utilizzo della forza militare da parte del governo turco contro il nemico dichiarato del Pkk, in realtà contro gli oppositori. Emblematico quanto avvenuto ad inizio settembre nella città a maggioranza curda di Cizre, nel distretto di Sirnak al confine turco-siriano. Dal 4 al 12 settembre la città è rimasta sotto assedio e teatro di una costante violazione dei diritti umani ben testimoniata dal rapporto redatto da Barbara Spinelli e dai giuristi democratici, che hanno avuto accesso alla città subito dopo la fine dell’assedio. La versione ufficiale del governo parlava di  32 militanti del Pkk uccisi, 10 prigionieri e 150 appartamenti utilizzati dal Pkk come deposito per le munizioni. Il rapporto dei Giuristi Democratici parla invece di vittime civili, anziani e bambini, utilizzo di bombe a grappolo “He” (high explosive), vietate in contesti urbani dalla Convenzione di Ginevra. La città di Cizre è stata dilaniata da mine, tiratori scelti appostati sui piani alti dei palazzi, mitragliatrici, carri armati, impiego di forze speciali, attacchi in elicottero.

Negli stessi giorni, la situazione non era molto diversa a Diyarbakir altra città a maggioranza curda. Anche subito dopo la strage di Ankara, ad Amed (Diyarbakir), dopo un corteo di 10.000 persone scese in piazza per condannare la strage e le responsabilità del governo, è stato imposto il coprifuoco e le testimonianze degli  attivisti italiani della Carovana internazionale per Kobane parlano di una città assediata dall’esercito e sotto coprifuoco. Nel corso delle manifestazioni che hanno animato varie città della Turchia dopo i fatti di Ankara, le forze di sicurezza hanno arrestato cinquanta attivisti, 15 membri dell’Hdp e Eda Kilis, co-sindaca Hdp di Eruh, nella provincia di Sert.

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