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La Mecca: cronaca di una strage annunciata

la mecca_675Certo, nessuno sa come deve morire, né può prevedere quando, ma nessuno può immaginare di andare a pregare e trovare la morte come è accaduto alle quasi 800 persone morte e alle quasi altrettante ferite, che si erano recate in Arabia Saudita per compiere l’hajj, il pellegrinaggio che ha luogo nel dodicesimo mese del calendario lunare musulmano, che almeno un volta nella vita un buon musulmano deve fare.

Si trattava della festa dell’Aid-el-Kebir, quella del sacrificio, e milioni di musulmani si sono messi in viaggio per recarsi alla Mecca e da li alla vicina località di Mina, che dista cinque chilometri dalla città per compiere il rito della lapidazione di Satana. Si tratta di tre stele contro le quali i pellegrini lanciano delle pietre. Le vie di accesso al sito sono soltanto due e la folla è enorme – quest’anno circa un milione e trecentomila persone si sono recate alla Mecca – ma non bastano queste condizioni a giustificare il disastro.

A settembre scorso una grossa gru si è abbattuta sulla moschea facendo un centinaio di morti. Dal 1990, quando nel tunnel di Mina morirono asfissiati 1426 pellegrini, il pellegrinaggio alla Mecca costituisce un problema serio per la dinastia dei Saud: vi è in gioco la credibilità di una amministrazione accusata di non essere capace di gestire correttamente i luoghi sacri dell’Islam. In questo senso si è caratterizzata la protesta dell’Iran per un centinaio di pellegrini iraniani morti e l’appello della Repubblica islamica agli altri governi perché protestino per l’incapacità delle autorità saudite di garantire la sicurezza dei pellegrini. (E’ ovvio che il recente incidente non faccia che acuire le rivalità regionali esistenti tra sciiti e sunniti e, in particolare, quella tra Arabia Saudita e Iran, che si affrontano già in Yemen in una guerra per proxy).

L’ingorgo umano è stato causato dalla chiusura di una strada di scorrimento che, secondo alcune fonti giornalistiche (BBC radio), era destinata a far passare le macchine di una delegazione estera in visita ufficiale: questo avrebbe procurato il panico tra i pellegrini che continuavano ad affluire a migliaia. Se questa è stata la dinamica dell’incidente, non si può invocare la casualità, ma l’imperizia e soprattutto una mentalità diffusa nelle autorità saudite e nelle forze dell’ordine profondamente gerarchica, che predilige il potere, il protocollo e le visite di rappresentanza senza approntare alcun piano alternativo di sicurezza, anche a costo del sacrificio di centinaia di persone. Perché prediligere l’accesso di una delegazione estera anche se comportava la relativa chiusura di una strada centrale per il deflusso?

Vi è un altro elemento da considerare. Le migliaia di agenti di polizia e soldati di leva mobilitati per la sicurezza dei pellegrini parlano generalmente solo arabo: sono giovani inesperti e privi di qualsiasi training incapaci di predisporre piani di evacuazione o intervento per masse di milioni di persone. Inoltre, i pellegrini provenienti dai 57 paesi musulmani e da ogni parte del mondo, molto spesso non parlano arabo e quindi, anche qualora le indicazioni della polizia fossero state comunicate tempestivamente – come sostiene la ricostruzione delle autorità saudite, che tendono ad addossare la colpa di ciò che è accaduto ai pellegrini – quest’ultimi sarebbero stati difficilmente in grado di comprendere cosa gli addetti alla sicurezza dicevano in arabo.

Vi è qualcosa di tragico in questa vicenda che fa pensare a un disinteresse e un’indifferenza consolidata verso queste migliaia di pellegrini, tra cui si trovano anche molti musulmani poveri che forse han lavorato e risparmiato per tutta una vita per permettersi di fare l’hajj per poi finire ammassati come bestie e morire in una strada per decisioni e priorità incomprensibili delle autorità saudite. Il business che questo movimento di folla porta con se è enorme – stimato a 18miliardi e mezzo di dollari all’anno, più tutto l’indotto commerciale – e l’Arabia Saudita non può permettersi di apparire agli occhi del mondo allo stesso tempo come un’autorità morale deficitaria e un’autorità governativa incapace di saper custodire i luoghi santi dell’Islam.